Bentrovati su #civediamosabato,
Oggi parliamo di famiglia.
La famiglia è diventata il pupazzo da ventriloquo preferito del governo: ci parlano attraverso, la tirano fuori a ogni comizio, la sventolano come bandiera di valori universali — che poi universali non sono mai. “Difendiamo la famiglia!”, dicono, ma che dico, lo URLANO ma intendono quella in 4:3, bianchissima, eterosessuale, possibilmente con pane fatto in casa e niente figli queer.
Peccato che nel mondo reale le famiglie siano molto più sfaccettate: monogenitoriali, omogenitoriali, ricomposte, con nonni centrali nella cura, con genitori disoccupati o precari, con figli neurodivergenti, con un mucchio di incastri e nessun manuale d’istruzioni. Eppure, per queste famiglie qui – quelle che esistono davvero – nessuna politica concreta, nessuna tutela strutturale. Solo bonus a tempo determinato, propaganda stantia e una retorica moralista che serve più alla campagna elettorale che al welfare.
Nel frattempo, chi cresce, educa, accudisce lo fa in apnea, tra affitti impossibili, congedi insufficienti e servizi che scarseggiano. Perché alla fine, l’unica cosa che viene davvero difesa è l’immaginario.
La realtà, invece, può arrangiarsi.
La famiglia non è un casting per una sit-com anni ’90 con la coppia etero e il cane che si chiama Fido. È un luogo vivo, imperfetto, dove si cresce, si sbaglia, si ama – anche se nessuno si chiama “mamma” o “papà”. L’identità non nasce da un timbro sul certificato, ma da chi ti vede, ti ascolta e ti tiene quando scivoli.
E’ fondamentale riconoscere che quando si parla di “padre” e “madre” come categorie immutabili e naturali, si ignora volutamente la complessità delle relazioni familiari sopratutto la narrazione delle famiglie contemporanee.
Questa narrazione non è solo arretrata: è strumentale, perché costruisce un nemico inesistente – la “famiglia diversa” – per giustificare politiche escludenti. Eppure, lo sappiamo: una famiglia è fatta di cura, presenza, amore, non di ruoli prestabiliti su un modulo. Difendere i diritti significa anche raccontare le vite reali, non quelle inventate per la propaganda.
DIRITTI ACQUISITI: UNA VIGILANZA COSTANTE
La recente sentenza della Cassazione ha respinto il decreto del 2019, voluto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, che imponeva l’uso esclusivo – e violento aggiungerei – delle diciture “padre” e “madre” sulle carte d’identità dei minori.
La Corte ha stabilito che tale imposizione è “irragionevole e discriminatoria” nei confronti delle famiglie omogenitoriali, riaffermando il diritto di ogni minore a un documento che rifletta autenticamente la propria realtà familiare.
Questa vicenda sottolinea come i diritti acquisiti non siano mai definitivamente garantiti. Viviamo in un periodo in cui le conquiste sociali e civili sono costantemente messe in discussione, richiedendo una vigilanza e un impegno continui per la loro tutela.
La “Famiglia” come dicevamo viene evocata in ogni comizio, glorificata in ogni slogan elettorale, ma ignorata nella sua realtà più complessa.
La politica non vuole vedere le famiglie reali: quelle precarie, stanche, plurali.
Alla fine, l’unica cosa che viene davvero difesa è l’immaginario. La realtà, invece, sembra possa sempre arrangiarsi.
DONNE, BAMBINI E UMANITÀ: VERSO NUOVE CONQUISTE
Difendere i diritti acquisiti è necessario, certo.
Ma non possiamo stare lì a lucidare medaglie mentre intorno brucia tutto. Bisogna spingere avanti, avanzare verso nuovi orizzonti di equità e giustizia — e no, non quelli da cartolina da campagna elettorale. Le donne continuano a dover dimostrare il doppio per ottenere la metà, e i bambini? Spesso trattati come slogan da spot istituzionale, più che come cittadini con bisogni reali.
I diritti dei bambini devono essere al centro delle politiche, garantendo loro ambienti sicuri e inclusivi. L’umanità intera è chiamata a riconoscere e rispettare la diversità come valore imprescindibile.
Servono politiche che partano dal basso, dalla vita vera, non dall’agenda dei proclami.
L’umanità, quella vera, quella che piange, cresce e si innamora anche fuori dalla norma prestabilita, merita uno spazio. Merita ascolto.
Merita leggi che la rispettino, non che la correggano.
La recente sentenza della Cassazione appare come un segnale interessante, finalmente.
Ma attenzione: non è un lieto fine, deve essere un promemoria scritto in grassetto:
ogni diritto conquistato può finire sotto tiro
Quindi no, non possiamo sederci comodi. È nostro dovere non solo difendere quello che abbiamo conquistato, ma anche pretendere di più. Perché l’uguaglianza non è un bonus. È un punto di partenza. E se davvero vogliamo che nessuno resti indietro, dobbiamo essere disposti a camminare insieme. Anche quando la strada è scomoda. Anche quando ci dicono che stiamo esagerando. (Spoiler: non lo stiamo facendo.)
Ci vediamo sabato prossimo. Sempre qui, sempre senza risposte facili.
Doc
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