Chi ha paura della cura?

Bentrovati su #civediamosabato, 

una delle parole che stiamo lasciando indietro, senza nemmeno accorgercene, è “comunità”.

In un’Italia che taglia il welfare, che smantella i servizi territoriali, che lascia le famiglie da sole mentre proclama che “la natalità è una priorità”, parlare di comunità sembra quasi fuori moda. 

Nella Francia di Macron dove le famiglie musulmane vengono perquisite alle 6 del mattino invocando il dio della sicurezza, o nella Polonia che ha fatto marcia indietro sui diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ in nome della tradizione cattolica, la comunità diventa qualcosa da controllare, non da costruire. 

In un mondo che a Gaza ogni giorno seppellisce bambini sotto le macerie mentre le istituzioni internazionali balbettano, non possiamo più permetterci di usarla come parola vuota. 

Una delle verità che abbiamo sul tavolo è che oggi parlare di comunità appare come un atto profondamente politico: ovvero decidere dove piantare radici. È stabilire che la cura non è una questione privata, ma un diritto collettivo. 

Riconoscere che nessunə si salva da solə, soprattutto se donna, madre, migrante, disabile, precaria. 

Soprattutto se si abitano i margini, quelli veri, dove non arriva lo Stato, dove le case popolari crollano a pezzi, dove non ci sono centri antiviolenza. 

Da lì è necessario ricominciare: da spazi vivi, accessibili, radicalmente accoglienti. 

Spazi che esistono non “nonostante” le fragilità, ma grazie ad esse. Spazi che respirano. Dove si può piangere, arrabbiarsi, prendersela con il mondo senza essere medicalizzatə o isolatə. 

Dove una donna può dire “non ce la faccio più” e non sentirsi rispondere “guarda che anche io facevo sacrifici alla tua età”, ma “come ti aiuto”.

Essere comunità significa questo: esserci prima del bisogno, non solo dopo. 

Significa farsi trovare, tenere accesa una luce, lasciare la porta socchiusa. E sì, significa anche conflitto, fatica, spazi da rinegoziare. Ma è molto meno faticoso della solitudine in cui ci stiamo lasciando cadere, direi quasi sprofondare.

Nel mio lavoro vedo ogni giorno quanto la mancanza di comunità sia una ferita aperta che sgorga sangue. 

Aggiungo una riflessione che no, non basta lo psicoterapeuta , non si esaurisce con la terapia: ci vogliono occhi intorno che sappiano vedere, mani che sappiano tenere, parole che sappiano nominare.

E allora ricominciamo da lì. Dalle biblioteche, dai consultori (i pochi che resistono) dai gruppi di mutuo aiuto, dai parchi con le panchine senza sbarre. 

Dai luoghi in cui una madre può allattare senza sentirsi fuori posto, in cui una ragazzə queer può respirare, in cui i bambini possono giocare a palla senza esser sgridati e gli anziani possano sedersi e godersi sprazzi di sole, lontani da quelle tv che parlano usando il linguaggio dell’angoscia, della morte e dell’alterazione della realtà. 

Dai luoghi che ci fanno sentire a casa — anche se casa non l’abbiamo.

La comunità non è una parola da convegno. È una scelta quotidiana. 

E oggi più che mai, è un atto di resistenza. 

Ci vediamo sabato prossimo. Sempre qui, sempre senza risposte facili.

Doc 

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