Corpi che imparano

Bentrovati a tuttə,
parliamo di qualcosa di inevitabile: il corpo impara prima che la politica se ne accorga. Il lavoro con gli adolescenti, sopratutto negli ultimi anni mi ha insegnato che i ragazzi arrivano alla pubertà con un atlante di informazioni errate su sesso e relazioni; contraggono malattie sessualmente trasmissibili considerate debellate.

Lo sanno, lo sentono, lo vivono. Ma la scuola italiana continua a trattare l’educazione sessuale e affettiva come se fosse un optional, una materia da “fare quando serve”, oppure – peggio – un’ideologia da evitare.
Ebbene: serve. E serve non domani. Serve adesso. Serviva ieri.
E siccome credo fermamente che il personale sia politico e lo ripeto come fosse un mantra sono una tesserata, tra le altre cose, dell’associazione AltraPsicologia, associazione nazionale di politica professionale dell3 psicolog3 e da 20 anni interpreta il mandato e le azioni di Informazione, Tutela e Promozione seguendo valori di Colleganza, Innovazione e Trasparenza.
Come AltraPsicologia abbiamo lanciato una petizione su Change.org per chiedere l’introduzione di programmi di educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole italiane.
Settimana scorsa arriva un messaggio che mi ha commosso, abbiamo raggiunto quasi quota 12.000 (siamo a quota 12.002 mentre ri-edito la newsletter).
Questo dato non è una statistica qualsiasi: è una domanda sociale, netta, chiara e trasversale. Non solo di noi clinici, ma della società civile.
E c’è un nome che ricorre continuamente nei documenti e nelle interviste su questo tema quello di Marta Giuliani — psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e Coordinatrice del Gruppo di Lavoro “Psicologia della Sessualità e dell’Affettività” dell’Ordine degli Psicologi del Lazio. Lavora da anni su questi temi, ha contribuito alla creazione di linee guida scientifiche e ha promosso tramite l’Ordine degli Psicologi del Lazio una Carta di Linee di Impegno Interistituzionali dedicata all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, insieme a oltre venti enti e realtà associative nazionali e internazionali come Associazione Luca Coscioni, Fondazione Libellula, Osservatorio Nazionale Adolescenza, Save the Children Italia e CISL Scuola.
Cui dobbiamo un enorme ringraziamento, per l’immenso, tenace lavoro.

Perché non si può più rimandare?
C’è una narrazione diffusa, soprattutto nei dibattiti politici, (politici?) che vuole l’educazione sessuo-affettiva come un “lusso culturale”, un vezzo ma sopratutto un “pericolo” da tenere lontano dai bambini.
Ma la realtà dei fatti – e delle vite – dice tutt’altro.
Senza un’educazione consapevole, i ragazzi cercano informazioni dove capita: internet, social, pornografia. E ne ricavano idee distorte, disfunzionali e talvolta pericolose sul consenso, sui ruoli di genere, sulle relazioni. Su come si faccia o meno del sesso protetto, su cosa aspettarsi dal proprio corpo e dal corpo dell’altro.
La mancanza di educazione affettiva coincide spesso con fragilità nelle relazioni, difficoltà a riconoscere confini, rispetto e consenso, come emerge dalle discussioni dirette con adolescenti e genitori.
E che succede quando manca una visione chiara e scientifica? Apriamo le porte ai pregiudizi, alla paura, alla disinformazione, che a volte si trasformano in vere e proprie politiche di controllo sui corpi, sulle scelte, sulle relazioni.
E non è per niente un’iperbole. I ragazzi non aspettano che la politica decida per loro. Vivono i loro corpi, i loro desideri, le loro paure ogni giorno. E ogni giorno prendono pezzi di conoscenza dove capita – spesso senza strumenti critici per farlo in modo sano.


Educarli, che paura eh!
Educare significa entrare in dialogo con ciò che esiste già, non negarlo o rimandarlo. Vuol dire dar loro strumenti adeguati all’età.
Significa spiegare prima i concetti di consenso, rispetto, confini, poi accompagnare all’apprendimento di quelle parti più complesse della sessualità umana che non si riducono a stereotipi. Significa farlo con evidenza scientifica, non con dogmi morali o semplificazioni ideologiche. Nè con i tabù.
Non si tratta di “imporre un modello”, bensì di fornire strumenti di comprensione. Perché un ragazzo, un bambino, che sa cos’è il consenso, che sa riconoscere la differenza tra curiosità e pressione, e che sa distinguere tra affetto sano e dinamiche disfunzionali, è unə bambinəprima e unə ragazzə poi più libero e meno vulnerabile.


Quando un governo, un ministro, un legislatore cercano di minimizzare o di rinviare questo tema, stanno facendo una scelta politica enorme su quali vite siano considerate “legittime” e quali no. E quando dicono che “non vogliono politicizzare i bambini”, in realtà lo fanno già impedendogli di accedere a questo tipo di informazioni.
La petizione non è un gesto simbolico — è una richiesta di cittadinanza.


Le quasi 12.000 (12.002) firme raccolte da AltraPsicologia non sono un semplice click; sono una richiesta di ascolto, confronto e responsabilità da parte delle istituzioni, firmata da studenti, genitori, insegnanti, professionistə e cittadinə consapevoli.
È un’indicazione precisa: non vogliamo che l’educazione sessuo-affettiva sia qui domani o chissà quando. La vogliamo oggi. Perché il corpo dei bambini e degli adolescenti non aspetta la politica. Il loro apprendimento procede ogni giorno, con o senza strumenti efficaci.


Che tipo di società vogliamo essere, se siamo incapaci di dare ai giovani gli strumenti per capire se stessi e gli altri?
Educare non è propaganda.
Educare non è imposizione.
Educare è fare in modo che nessuno cresca disarmato davanti alla vita, alle relazioni, al proprio corpo e alla propria libertà.

E questo non è un tema di nicchia. È centrale come il diritto di parola, il diritto alla salute, il diritto a una vita degna.

Perché la scuola può restare neutrale sui numeri, sulla grammatica, sulla geografia, ma non può essere neutrale quando si tratta di umanità, rispetto e autodeterminazione.

Lo lascio qui, per chi volesse firmare la petizione

Ci vediamo sabato,
Doc.