Quando il rumore copre il senso

Bentrovati a tuttə,

capita anche a voi di sentire tutta questa confusione? No aspetta non è confusione.

È troppo rumore intorno.

Quando chiunque ha un’opinione su tutto (beati loro?) dalla politica all’economia passando per la  cultura, l’arte ma anche la guerra, con un po’ di chi dovremmo essere e chi no è facile perdere il contatto con ciò che sentiamo davvero. Non con il pensiero diviso e urlato, ma con il tuo sentire più silenzioso, quello che non ha bisogno di like, condivisioni o speculazioni.

La confusione infatti, può non venire da dentro.

Ma dall’eccesso di voci esterne. 

Sempre più spesso sembra di vivere su un circuito continuo di opinioni in serie: sondaggi che parlano di percentuali di partiti al 30% e oltre, con spostamenti minuscoli che fanno esplodere titoli sui social; un referendum costituzionale sulla magistratura fissato a marzo che è già tema di dibattito preelettorale; decine di dichiarazioni sulla necessità di “ordine pubblico” narrate come se fossero il nuovo capitolo del vangelo civico.  

E sullo sfondo, una schiera di personaggi più o meno famosi, più o meno importanti che dibattono su procedimenti penali in corso, sentenze passate in giudicato e presunti assassini. 

Ognuno si espone, ognuno dice la sua che sembra sempre marmorea, immanente.  

In mezzo a questo coro, è normale sentirsi un po’ come quando nel cinema parte la scena più importante e qualcuno accende il telefono (no, non succede solo ai boomer).

Opinioni ovunque, ascolto da nessuna parte

Viviamo in un tempo in cui c’è sempre una tribuna per ogni opinione, ma pochissimi spazi per l’ascolto.

Chi legge titoli e commenti finisce per pensare di sapere tutto — ma capire davvero quel che succede richiede silenzio e spazio mentale che non abbiamo più.

I sondaggi politici, che dovrebbero essere strumenti di orientamento, rischiano di diventare meri rumori di fondo — numeri che saltano da una parte all’altra come gatti impazziti in una Stampa degli oroscopi.  

Il referendum sulla magistratura, qualunque sia l’esito, è già utilizzato come carta di pressione dai grandi giocatori delle coalizioni, ben prima che la cittadinanza vada a votare.  

E noi? Consumiamo opinioni come snack, senza alcuna difesa dal surplus informativo.

E se facessimo silenzio invece? 

Fare silenzio non è isolarsi.

È tornare a sé. Se facessimo come si faceva una volta? Dovremmo esercitarci a pensare: non è il mio campo, non so che pensare, sento questa opinione somigliarmi ma non conosco bene la materia. 

La politica, come la psicologia, non è un concerto di tweet infuocati. Dovrebbe piuttosto essere un dialogo lento con la realtà: quella fatta di corpi, di scelte concrete, di relazioni quotidiane. E in questa realtà, se non facciamo silenzio — non solo fuori, ma dentro — rischiamo di farci dettare l’agenda da algoritmi, titolisti e commentatori che trasformano ogni questione in conflitto polarizzante in cui scegliere da che parte stai, che squadra tifare.

Silenzio non significa ignorare, ma filtrare, selezionare, restituire voce a ciò che conta davvero per noi.

Significa restituire senso a domande come:

Che cosa significa democrazia?

Che presupposti abbiamo quando decodifichiamo una notizia? 

Che peso ha il nostro sentire, rispetto a un feedback immediato su social?

Il rumore che inganna — e quello che educa

Ci guardiamo intorno e vediamo discussioni infinite su questioni che sembrano urgenti e invece sono solo eco di privilegi che si rincorrono: percentuali di partito, strategie da campagna elettorale, dichiarazioni fieramente contrapposte che si annullano a vicenda.  

Tutto vero, tutto rumore.

Sentire meglio richiede pratica

Ne parlavo l’altro giorno con un collega che mi diceva di sentirsi sopraffatto dai social, della necessità che ha sentito di togliere ogni notifica dai social, whatsapp compreso. 

Mi ha fatto riflettere quanto silenziare non significa isolarsi dal mondo, ma scegliere dove porre l’attenzione, ridurre la compulsione allo scroll infinito, alla notizia che grida più forte, che fa più visualizzazioni. 

Significa tornare ad ascoltare le persone dentro le stanze, non solo le voci che urlano sui palinsesti digitali.

Ognuno di noi può scegliere di cucirsi addosso il proprio profilo per non essere invaso: chi mette la limitazione alle app, chi toglie le notifiche, chi cancella account sui social. È un buon allenamento. 

Come in terapia: non basta parlare di sé, bisogna imparare a sentire cosa si prova davvero — non quello che si pensa di provare.

E i risultati, a volte, arrivano proprio quando smettiamo di parlare così tanto e iniziamo ad ascoltare:

la paura, l’insicurezza, la speranza, l’indignazione quieta, l’angoscia di morte, la gioia improvvisa, la quiete, la stanchezza profonda, diventano tutte informazioni preziose. Non rumore.

Non più quante opinioni posso avere su una cosa?

Ma quante di queste opinioni mi aiutano davvero a capire il mondo che abitiamo?

Quando il rumore è troppo forse abbiamo bisogno meno di urlare nel vuoto e più di fare silenzio,

giusto un attimo, per tornare a sentire quello che c’è davvero.

Ci vediamo sabato.

Doc.