Buongiorno a tuttə,
Questa settimana ho finito di leggere Vertigine di Beatrice Mautino, che seguo da tempo ascoltando/leggendo ogni sua produzione e che stimo particolarmente: per come tiene insieme rigore, divulgazione e onestà intellettuale. Vertigine appare come uno di quei libri che non “ti ritagli il tempo” per leggere: ma che entra negli interstizi.
L’ho letto tra un paziente e l’altro, nel tempo vuoto di una seduta saltata all’ultimo, prima di dormire quando il cervello dovrebbe spegnersi e invece no, la mattina a colazione, in pausa pranzo.
A pezzi, come spesso leggiamo le cose che ci prendono davvero: infilate nella vita, non messe in agenda.
Non l’ho letto per cercare risposte, ma per capire che forma ha oggi la paura. Non quella urlata, non quella da breaking news. Quella più sottile.
Quella che resta anche quando spegni tutto.
La parola vertigine viene spesso associata alla paura di cadere. Ma clinicamente la vertigine non è il vuoto sotto: sembra apparire più come assenza di appigli.
Nella stanza di terapia la vedo spesso, questa vertigine. Non arriva come “paura di morire”, arriva come insonnia, ipervigilanza, stanchezza cronica, bisogno ossessivo di controllo. Arriva come una domanda che suona più o meno così: “E se non reggo?” “ se non ce la faccio che succede?”.
Non se succede qualcosa, ma se io non reggo quello che succede.
Mautino fa una cosa preziosa: smonta l’illusione che la conoscenza serva a rassicurare completamente.
Viviamo immersi in dati, grafici, spiegazioni, previsioni (se vogliamo e sappiamo cercarli), eppure l’angoscia di morte, non diminuisce. Anzi. Dilaga.
Questo perché l’angoscia di morte non è collegata all’ignoranza, al non avere strumenti, anzi, avere degli strumenti fa sì che io sia consapevole che ci sono delle variabili che non posso in alcun modo controllare.
E questo può terrorizzare.
Posso conoscere tutti i rischi, ma non posso neutralizzarli. E questa frattura è il punto esatto in cui nasce la vertigine. Questo, lo iato dove si inseriscono i ciarlatani, chi si approfitta del terrore dell’altro per trarne profitto.
Dal punto di vista clinico, l’angoscia non è un difetto di fabbrica. È un segnale, una bandierina, un alert.
Uno dei modi che ha la psiche di dire: Ehi! questa cosa ci spaventa, calma, vai piano.
Il punto chiaramente non è l’angoscia, ma una cultura che la patologizza subito, che la anestetizza, che la tratta come un errore da correggere invece che come un messaggio da ascoltare, un sentimento in cui “stare”.
Nel libro ritorna spesso l’idea che cerchiamo sicurezza dove sicurezza non può esserci.
E questo, in terapia, è un nodo centrale. Molte persone non stanno male perché sono fragili, ma perché pretendono da sé una stabilità che nessun essere umano può garantire. Vogliono sentirsi al sicuro sempre, coerenti sempre, lucidi sempre. Ma vivere non è una linea retta.
È un equilibrio instabile, continuo, faticoso.
La paura, il terrore, l’angoscia di morte non sono sempre legati a un evento traumatico. A volte emergono proprio quando “va tutto bene”. Perché è lì che cade l’illusione: se anche quando va bene non sono al sicuro, allora cosa mi protegge davvero? Spoiler: niente. O meglio, niente di definitivo.
E qui arriva una parte che, da clinica, sento forte: la cura non è togliere la vertigine, ma aiutare a stare in quella sospensione senza frantumarsi. Non è promettere che non cadrà nulla (perché, come dico sempre: qui nessuno ha la bacchetta magica e menomale) ma lavorare sulla fiducia di poter attraversare l’instabilità senza perdersi.
È un lavoro lento, poco spettacolare, profondamente controculturale, anti-capitalista.
Viviamo in un tempo che chiede performance emotiva, resilienza esibita, ottimismo obbligatorio. Ma l’angoscia non si lascia convincere. Più la zittisci, più si sposta. Più fai finta di niente, più trova altri canali: il corpo, il sonno, il cibo, il respiro.
Vertigine mi ha ricordato una cosa che spesso dimentichiamo: la paura non è il contrario del coraggio. Il contrario del coraggio per me è la negazione. Il coraggio, semmai, è restare presenti quando il terreno trema. È non correre subito a riempire il vuoto con spiegazioni facili o frasi motivazionali. È stare, frustrarsi, andare in difficoltà.
Clinicamente, lavorare con l’angoscia di morte significa accettare che non verrà mai del tutto risolta. E va bene così. Alcune domande non cercano risposta: cercano compagnia. Cercano qualcuno che resti lì, senza dire “passerà”, senza accelerare, senza aggiustare.
Forse il punto non è eliminare la vertigine, ma imparare a riconoscerla quando arriva, darle un nome, non scambiarla per follia, non vergognarsene. Non cercare necessariamente della paroxetina per spegnerla.
Perché la vertigine non è una patologia: è il segno che stiamo guardando la vita senza filtri protettivi.
E sì, può fare paura.
Ma è anche lì che, a volte, inizia qualcosa di vero.
Ci vediamo sabato.
Sempre qui, in questa dis-comfort zone.
Doc.