Bentrovati a tuttə,
nelle ultime settimane una serie tv ha contagiato le sedute con i pazienti di tutte le età: Pluribus. Serie sulla quale – solo dopo la visione – ho letto recensioni, spiegazioni, thread per “capirla meglio”, mappe concettuali, avvisi preventivi: “attenzione, non è una serie facile”. Chi sono io per non parlarne. E per non usarla come lente per allargare il grandangolo.
Pluribus l’ho guardata così: telefono appoggiato lontano, volume acceso, niente multitasking, solo sul divano, col silenzio attorno.
Non perché sia una serie “da capire”, ma perché credo sia una serie che ci chiede di stare. E stare, oggi, è diventato un gesto controculturale, antiproduttivo, anticapitalista.
Credo sia una serie che non prende per mano chi la guarda, sicuramente non rassicura, non chiarisce tutto quello che accade; non chiude i cerchi quando vorresti.
A volte lascia con la sensazione fastidiosa (molta, moltissima) di non avere abbastanza elementi. A volte fa pensare una cosa simile a: forse mi sto perdendo qualcosa. Esattamente come succede nella vita quando si è in difficoltà.
Siamo abituati a narrazioni che spiegano, che accompagnano, che rendono tutto leggibile, fin troppo. Serie tv scritte con i finali più larghi possibili per piacere a tutti. Immersi in un’educazione emotiva pericolosissima che promette: se capisci, stai meglio. MMhh. Non sono d’accordo.
Ci sono momenti clinicamente frequentissimi e molto lucidi in cui capire non basta, o non arriva subito, o arriva a pezzi.
Pluribus non è una serie che offre la soddisfazione dell’interpretazione rapida. Non è una serie da guardare mentre rispondi ai messaggi, cucini, scrolli. Se lo fai, te la perdi.
In questo senso, guardarla è molto simile a quello che succede in terapia quando il paziente dice: “Non so bene cosa sto provando, ma so che non va.” Non c’è una trama chiara, ma una sensazione che galleggia, un disagio che non si lascia nominare facilmente.
Dal punto di vista clinico, questa frustrazione per noi è preziosa, perché ci costringe a fare qualcosa che evitiamo con cura: restare senza appigli. Respirare l’aria della frustrazione fa portare a galla elementi che altrimenti potrebbero risultare figure sfondi di un quadro più ampio.
Viviamo in un’epoca che non tollera l’opacità. La non definizione, le sfumature. Se non capisci subito, sei distratto. Se non hai un’opinione, sei passivo. Se non sai dire “come ti senti”, sei bloccato. Ma il malessere, il disagio, la sofferenza, spesso, non sono chiari. Sono confusi, stratificati, tentativi goffi di stare meglio, passi falsi, di ritorni indietro.
Tornando a Pluribus: appare come una serie non accomodante, e questa cosa, oggi, la scambiamo per un difetto.
Clinicamente chi fa il mio lavoro lo vede ogni giorno: persone che stanno male non perché non hanno strumenti, ma perché non sopportano di non capire subito cosa sta succedendo. Vogliono una mappa mentre sono ancora nel fango, un nome prima ancora di sentire. Vogliono “funzionare” mentre stanno crollando, farmaci che interrompano questo disagio. Ma a volte abbiamo bisogno di rallentare, tollerare il vuoto e di non scrollare via la frustrazione.
Guardando Pluribus e parlandone con diversi pazienti ho riflettuto rispetto alla fatica che facciamo, come adulti, a passare l’idea che non capire subito non è fallire. Sentirsi spaesati non vuol dire essere sbagliati, che annaspare non significa affondare. A volte prende solo la forma di qualcosa che non si lascia ridurre.
E che chiede tempo. Presenza. Frustrazione e Pazienza.
Allora forse il punto può non essere “capire Pluribus”, ma vedere se riusciamo a stare lì, senza prendere il telefono, senza scappare, senza spiegare tutto, senza sapere come va a finire.
Come facciamo – o proviamo a fare (?) – quando qualcuno che abbiamo davanti soffre davvero. La frustrazione non è sempre un segnale di errore.
A volte è il segno che siamo ancora dentro la vita, senza scorciatoie narrative. E sì, dà fastidio. Enormemente. Ma è un fastidio che, se lo attraversi, insegna qualcosa.
Ci vediamo sabato.
Sempre qui, a fare pratica di permanenza.