Bentrovati a tuttƏ,
c’è un paradosso curioso che attraversa questo tempo: non si è mai parlato così tanto di salute mentale e, insieme, non si è mai fatto così poco spazio reale alla cura. Tra un reel e una story, tra un carousel “trauma-informed” e una frase motivazionale con font gentile, la psicologia è diventata un linguaggio di consumo rapido. Riconoscibile, condivisibile, rassicurante. E spesso innocuo. La parola “cura” è come il nero, sta bene su tutto. Ma se gratti appena sotto la superficie, ti accorgi che manca quasi sempre qualcosa di fondamentale: il tempo, il corpo, la responsabilità, la prondità, lo spazio, la delicatezza,..
La cura ridotta a mero intrattenimento funziona così: ti fa sentire visto senza chiederti di fermarti davvero. Ti consola, ma non ti cambia. Ti accompagna finché non disturbi.
Dal punto di vista clinico, questa è una questione enorme e riguarda tutti noi. Perché la cura, quella vera, non è mai rapida. Non è elegante. Non è davvero instagrammabile.
È fatta di ripetizioni, di silenzi imbarazzanti, tante regressioni, tantissima noia, molte resistenze. Il lavoro di cura è fatto di appuntamenti che saltano, pazienti che non “migliorano” come dovrebbero, pazienti in ritardo, terapeuti in ritardo o che non hanno risposte pronte. È fatta di corpi che reagiscono, di emozioni che non stanno nei tempi giusti.
E invece oggi sembra che basti “parlarne”. Parlare di ansia. Parlare di burnout. Parlare di trauma. Come se nominare coincidesse con elaborare. Come se dire “ti capisco” fosse già prendersi carico. Beh, no.
La psicologia da intrattenimento funziona benissimo perché non chiede nulla. Non chiede cambiamenti strutturali, non chiede di rivedere i ritmi, non chiede di stare nella frustrazione. Non chiede nemmeno di sentire davvero. Non chiede davvero, non fa domande. Risponde con un linguaggio che suona profondo ma resta in superficie. Questo intrattenimento ha un effetto poi sull’autonarrazione delle persone: arrivano in stanza di terapia pieni di risposte a domande che non si pongono neanche, hanno letto tutto, riconoscono ogni pattern emotivo, eppure stanno male. Soffrono. Persone che magari sanno dare un nome a ciò che provano (posto che sia quello giusto), ma non riescono a gestire il peso della sofferenza, del dolore. Perché la cultura in cui viviamo ha scambiato la consapevolezza per guarigione e la narrazione per trasformazione.
Ne parlavo qualche tempo fa con un collega cercando di ragionare sul nostro “posto” online sui social: la cura come intrattenimento è sicuramente “semplice”, perfettamente compatibile con lo status quo, con l’immediatezza. L’idea sembra essere quella che possiamo vedere negli oroscopi: letture così larghe che includono chiunque. E in un attimo tutti “depressi”, tutti “narcisisti”, tutte relazioni “tossiche”. Puoi parlare di trauma senza parlare di lavoro; di empatia senza parlare di potere; benessere senza parlare di disuguaglianze. Invitare all’ascolto senza mettere in discussione i contesti che producono sofferenza. Quella è una psicologia che consola l’individuo e assolve il sistema. Un linguaggio che dice: “Non è colpa tua”, ma poi ti lascia solo a gestire tutto.
Offre parole morbide, ma nessuna rete. E attenzione: non sto dicendo che divulgare sia sbagliato. Figuriamoci. Né che le parole non servano. Anzi.
Quello che sto dicendo è che senza tempo, senza corpo e senza responsabilità, la cura rischia di essere solo ed unicamente un’esperienza estetica da repost. Piacevole eh, a tratti commovente, ma reversibile. Come una serie che guardi, ti emoziona anche, ma poi dimentichi. La cura vera, invece, deve essere scomoda per essere efficace. Perché su un divano comodo forse mi addormento, su quello scomodo trovo tutte le posizioni possibili per mettermi comoda. Il lavoro di cura cambia i confini, costringe a rivedere priorità. Mette davanti a scelte, rinunciare. A tollerare di non funzionare.
Non è neutra, non è leggera, non è sempre gentile. E soprattutto non può essere gratuita: chiede presenza, continuità, investimento. Di tempo e denaro. Forse dovremmo iniziare a diffidare un po’ di tutto ciò che “cura” senza farci perdere niente. Di tutto ciò che promette benessere senza conflitto, consapevolezza senza fatica, empatia senza conseguenze. Perché la cura non è intrattenimento.
E quando lo diventa, smette di proteggere davvero chi soffre.
Ci vediamo sabato.
Sempre qui, a ricordarci che stare meglio non è uno spettacolo.