Bentrovati a tuttə,
Questa settimana un paziente si è infastidito con me, ne abbiamo parlato e dopo circa 35 minuti la seduta ha fatto un twist interessante. Ne siamo usciti entrambi più arricchiti.
Questo episodio mi (ci) ha permesso di ragionare sul fastidio e su quanto spesso il fastidio ci dà, appunto, fastidio e cerchiamo di non viverlo, evitarlo, negarlo, metterlo via.
Quando poi questo fastidio lo si sente in una relazione in un attimo appiccichiamo un adesivo: “tossico”. Una persona ci contraddice? Tossica. Un collega ci mette in discussione? Tossico. Un familiare tocca un punto scoperto? Tossico. Una posizione politica ci fa arrabbiare? Violenta.
Il fastidio è diventato una prova, verdetto, diagnosi. E invece non tutto ciò che irrita è tossico.
A volte il fastidio è il primo segnale che qualcosa sta toccando un punto vero. Clinicamente, questo, succede continuamente.
Un silenzio diventa pesante, una frase suona stonata. La tentazione contemporanea è questa: eliminare l’attrito.
La mia docente durante la formazione come psicoterapeuta mi diceva in continuazione una frase che mi è rimasta in testa: ciò che ti tocca, ti riguarda, quando succede, fermati.
Ed è vero. Sempre.
Gregory Bateson scriveva che “l’informazione è una differenza che produce una differenza”. Il fastidio appare così come una differenza che produce movimento dentro di me. Se qualcosa non mi smuove, non mi riguarda; se mi irrita, mi sta parlando e io ho l’opportunità di ascoltarla, ma anche di conoscermi un po’ di più.
Il fastidio può esser letto come un micro-sintomo relazionale: non è una colpa, un crimine, una patologia. La potremmo leggere come un’informazione e invece viviamo immersi in una cultura della “gentilezza obbligatoria”.
“Sii accogliente. Sii regolato. Sii centrato. Sii empatico. Sii te stesso, ma silenzioso, senza gridare, parla piano. E soprattutto: non disturbare.”
L’armonia a tutti i costi è un mito pericoloso oltre ad essere una posizione irreale.
Murray Bowen, parlava di “differenziazione del sé” ovvero della capacità di restare in relazione anche quando l’altro la pensa diversamente. Rappresenta un processo evolutivo fondamentale per sviluppare quella che definiamo come autonomia emotiva, evitando la “fusione” o reattività emotiva tipica della massa dell’Io familiare.
Non fondersi, non scappare, non attaccare, ma restare e differenziarsi.
Il fastidio appare quindi come il banco di prova della differenziazione. Se qualcosa mi tocca e io reagisco cancellandolo, non sto proteggendo la mia salute mentale: sto evitando di vedere dove sono fragile.
Attenzione però: non sto romanticizzando il conflitto.
Ci sono situazioni violente, manipolatorie, realmente disfunzionali (niente tossiche non ce la faccio ad usarlo davvero). Ma non tutto ciò che mi destabilizza è abuso perché a volte è crescita. Bisogna fare una grandissima attenzione tra ciò che è violento e ciò che non mi piace.
Nelle famiglie lo vediamo spesso in stanza di terapia, la persona che dà fastidio spesso è quella che mette in crisi un copione. La stabilità, l’omeostasi. Spesso uno dei figli indossa questa casacca e fa confusione in una casa piena di silenzio, si ammutolisce in una ricca di confusione, sparisce dove i toni sono imprevedibili.
Allora forse il fastidio possiamo vederlo non come un nemico ma come una soglia.
Uno delle questioni infatti legate al fastidio è proprio l’aver imparato a fuggire prima di attraversarla. Blocchiamo, archiviamo, silenziamo, nascondiamo, qualcuno lo puniamo addirittura togliendo il segui. Lo facciamo nella vita e sui social. Tutti noi. Tutto in nome della nostra “tutela emotiva”.
Ma una tutela che elimina ogni attrito produce fragilità. Perché la vita, quella reale, non è filtrabile in alcun modo. Non si può fare swipe sulla realtà.
Ripetiamo tutti insieme: il conflitto non è sbagliato, il conflitto non deve fare paura. Il conflitto è un tentativo di riequilibrio, non rottura del sistema. Ogni sistema tende all’omeostasi, anche quando l’equilibrio è disfunzionale. E non tutto ciò che è comodo è sano come non tutto ciò che è scomodo è dannoso.
Il fastidio possiamo dunque leggerlo come un termometro. Non sempre indica febbre, ma indica sicuramente la temperatura. Proviamo ad allenarci a leggerla e aspettiamo a prendere un antipiretico.
Ci vediamo sabato,
Doc.