Bentrovati a tuttə,
domani è l’8 marzo. E non c’è niente da celebrare.
Mi piacerebbe davvero si uscisse dalla retorica della forza, della resilienza, di quanto le donne siano straordinarie.
Il focus oggi è proprio da un’altra parte: è una parola che torna continuamente nelle sedute, nei dibattiti, nei titoli di giornale, nelle conversazioni tra collegə: il consenso.
E il modo in cui stiamo provando, come Paese, a cancellarlo.
Il DDL Bongiorno — il disegno di legge sulla violenza sessuale presentato dalla senatrice Giulia Bongiorno — sposta il fulcro del reato dal consenso al dissenso. In apparenza sembra una piccola modifica tecnica. In realtà è una rivoluzione culturale, e non in senso positivo.
Mi spiego meglio: nel ddl non basta che la persona che ha subito una violenza sessuale non abbia voluto. Bisogna che abbia detto no. È necessario infatti che il diniego sia stato manifesto, inequivocabile, esplicito.
Un passo indietro rispetto alla direzione che la politica, la cultura, la psicologia del trauma, la neurobiologia e la clinica indicano da decenni.
E siccome questo è uno spazio in cui cerco sempre di connettere ciò che succede fuori con ciò che succede dentro — dentro le persone, dentro le stanze di terapia, dentro i corpi — vorrei provare a mettere sul tavolo un ragionamento che possa evidenziare come funziona l’essere umano quando ha paura e quanto questa proposta di legge non ne tenga assolutamente conto.
C’è un meccanismo che in clinica chiamiamo freezing, che chi ha provato almeno una volta nella vita lo definisce estremamente onomatopeico.
È una risposta automatica, involontaria, del sistema nervoso autonomo. Non è una scelta, non è debolezza, non è ambiguità. Ma proprio il corpo che, di fronte a una minaccia percepita come inescapabile, si blocca. Si congela.
Peter Levine, uno dei massimi studiosi del trauma somatico, descrive questa risposta come un meccanismo evolutivo antichissimo: quando attaccare o fuggire non è possibile, il sistema nervoso va in immobilità tonica. Succede agli animali, agli esseri umani ed è completamente al di fuori del controllo volontario.
Il corpo tace, il corpo estremamente pesante, la voce non esce, la mente si dissocia perché restare presente in quel momento appare completamente insostenibile.
Questo non è consenso. Ma non è nemmeno il “no” che una legge così pensata potrebbe registrare.
Allargando il grand’angolo, ricordiamoci sempre che una violenza si inserisce all’interno di un sistema sociale, che può aver detto spesso durante l’infanzia della vittima “non fare la difficile, non esagerare, di certo avrai fatto qualcosa, se lo conosci non può essere violenza, i panni sporchi si lavano in casa.”
La famiglia, il sistema, la cultura trasmettono infatti modelli di risposta. E in molti sistemi — ancora oggi, si nel 2026 — il modello più trasmesso alle bambine è: adattati, non disturbare, non fare rumore.
Mara Selvini Palazzoli, fondatrice della Scuola di Milano e una delle voci più importanti della psicoterapia sistemica italiana, parlava di doppio legame ovvero la situazione in cui sei in un incastro: qualsiasi risposta darai sarà sbagliata.
Se parli, non ti credono;
Se taci, significa che “ci stavi”;
se reagisci, sei isterica;
se non reagisci, non eri davvero in pericolo.
Questa appare come una trappola istituzionalizzata.
Le donne che hanno subito violenza conoscono questo doppio legame a memoria: lo portano nel corpo prima ancora di portarlo nelle parole.
Una legge che chiede prova del dissenso non fa altro che istituzionalizzare quel doppio legame, lo trascrivi su carta intestata dello Stato e ci mette sopra un timbro.
In stanza di terapia — e lo dico con la cautela che questo tipo di condivisione richiede — non è raro incontrare persone che, nel raccontare ciò che hanno vissuto, arrivano ad una frase che fa molto male: “Non ho detto niente, quindi forse non era davvero…”
La frase si interrompe lì, non finisce quasi mai.
Perché già nel mezzo di quella frase c’è già tutto: la vergogna, la colpa interiorizzata, il tentativo disperato di dare un senso a qualcosa di mostruoso. Lavorare su quella frase — smontarla, capire da dove viene, restituire alla persona ciò che le è stato tolto — è un lavoro lungo. Lentissimo. Fatto di ritorni indietro, di silenzi, di sedute in cui non succede quasi niente di visibile ma in cui si sta toccando qualcosa di molto profondo.
Questo è il danno psicologico della cultura del dissenso: non è solo giuridico; entra a far parte della narrativa di sé, nel modo in cui una persona si racconta quello che le è successo.
Quando si parla di violenza sessuale, il sistema — familiare, sociale, giuridico — tende quasi sempre a fare la stessa cosa: cercare la responsabilità nella vittima. Non in modo esplicito, spesso in modo automatico, quasi riflesso.
Cosa indossava? Dove stava andando? Aveva bevuto? Lo conosceva? Come mai non ha gridato?
Dal punto di vista sistemico questo si chiama collusione con l’omeostasi disfunzionale. Il sistema — familiare o sociale che sia — tende a mantenere sé stesso, anche quando quell’equilibrio è costruito su basi profondamente ingiuste. E lo fa spostando l’attenzione sull’elemento che rompe l’equilibrio, su chi rompe il silenzio, su chi chiede di essere creduto. La persona che denuncia disturba l’equilibrio, quindi il sistema trova il modo di rimettere quella persona al suo posto.
Una legge che chiede prove di dissenso fa esattamente questo: rimette al proprio posto chi ha già subito.
Uno Stato che non tutela la vittima, sta proteggendo se stessa, il proprio equilibrio, i propri copioni.
Domani festeggiamo di essere vive, guardiamo negli occhi le nostre sorelle, stringiamoci, arrabbiamoci e facciamoci coraggio senza dimenticarci che qualcuno sta cercando di riscrivere delle regole sociali.
In modo silenzioso, tecnico, quasi noioso nella sua burocraticità. E le cose silenziose, tecniche e quasi noiose sono spesso le più pericolose.
Ci vediamo sabato,
Doc.