Perché non riusciamo a smettere di fare le cose che ci fanno stare male

Bentrovati a tuttə,

questa settimana voglio parlare di una cosa che succede a tuttə, nessunə escluso, e che in stanza di terapia ha quasi sempre la stessa forma.

Qualcunə arriva, si accomoda, e a un certo punto dice qualcosa che suona tipo: “Lo so eh. Lo so che non mi fa bene. Lo so benissimo. Non riesco a non rifarlo.”

E qui di solito c’è del silenzio. Qualcuno si chiede: “Sono stupidə o cosa?” Risposta breve: mmm no.Risposta lunga: parliamone, perché ci vuole un po’.

Partiamo da una cosa che sembra ovvia ma non lo è per niente: sapere non basta. Usciamo dalla retorica che “la consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento” . La consapevolezza è la consapevolezza. Certo mi rendo conto che sembra un’eresia, in un’epoca in cui la “conoscenza” è diventata la risposta a ogni domanda e c’è un reel per tutto. 

Hai l’ansia? Informati sull’ansia. Hai una relazione disfunzionale? Leggi dei pattern relazionali. Hai un problema con il cibo? Ecco dieci articoli sulla relazione emotiva con il mangiare. 

Come se bastasse accendere la luce per non inciampare più nello stesso mobile alle tre di notte. Spoiler: il mobile è ancora lì. E ci inciampiamo lo stesso, anche con la luce accesa, anche quando sappiamo esattamente dove si trova, anche quando l’abbiamo segnato sulla mappa mentale con una X rossa e un’emoji di avvertimento. Lo colpiamo sempre con lo stesso mignolo e fa sempre male allo stesso modo. 

Perché? Eeeeh 

Spesso perché le nostre ripetizioni spesso non sono “consapevoli” perché quello che ripetiamo non lo ripetiamo con la testa, ma con qualcosa di molto più antico, molto più profondo, e decisamente meno interessato alle nostre buone intenzioni.

Freud chiamava questo meccanismo coazione a ripetere: la tendenza della psiche a riportare in scena situazioni irrisolte, che possono derivare dal tentativo di padroneggiare un trauma. 

Parlando di relazioni, la lente di John Bowlby ci ha suggerito che fin dai primissimi mesi di vita costruiamo quelli che vengono definiti dei modelli operativi interni — delle mappe relazionali, potremmo dire — che orientano nelle relazioni: ci aiutano ad avere delle aspettative sull’altro, quanto amore dobbiamo aspettarci, quanto il mondo sia un posto sicuro o pericoloso, se l’altro è minaccioso o una persona di cui poterci fidare. 

Queste mappe vengono costruite prestissimo, quando non avevamo ancora le parole per descriverle e vengono con noi, ovunque. 

Un tema su queste mappe è che tendono a confermare se stesse. Esempio: la mia mappa interna dice “le persone che amo prima o poi mi abbandonano” se io in alcun modo ci metto mano il mio sistema relazionale in maniera assolutamente al di fuori della mia consapevolezza, tenderà a scegliere persone che confermeranno quella credenza che a loro volta hanno al loro interno delle mappe che portano in questa direzione e che nell’incontro con le mie, semplicemente collimano, interpreterà i segnali ambigui in quella direzione spesso facendo sì che io metta in atto comportamenti che avvicinano sempre di più proprio l’esito che temo di più.

Si, certo, sembra una trappola, una condanna. Ma può non esserlo. 

Però attenzione: se un reel motivazionale con 5 tips per uscire da “una relazione tossica” ti direbbe come fare, quello che in stanza di terapia potremmo dire è: ora che hai le giuste lenti per vederlo, fermati, sentilo. Come ti fa stare. E sentire, visceralmente, è ben differente da capire. Più lento, meno produttivo, decisamente meno instagrammabile. Non produce insight improvvisi da condividere nelle stories, ma piccoli spostamenti, quasi impercettibili, che nel tempo però possono cambiare la forma delle cose.

Mi piace molto l’immagine della relazione terapeutica come un laboratorio: ovvero un luogo dove avere delle basi di partenza e sperimentare: poter provare traiettorie differenti e capire qual è quella che funziona meglio, per quella persona, per quella famiglia, per quella coppia, per quella dimensione. Se non va, ne proviamo un’altra, finché non troviamo quella giusta. 

Il cambiamento non è un atto di volontà, è un processo più o meno lento, assolutamente non lineare, fatto di cadute e ritorni, momenti in cui sembra di essere tornati al punto di partenza e invece no — si è solo passati di nuovo dallo stesso posto, ma con occhiali leggermente diversi.

E quella differenza, per quanto piccola, splende

Ci vediamo sabato, 

Doc.