Bentrovatə a tuttə,
Questa settimana ragionavo con una collega di quanto spesso ultimamente sentiamo con pazienti di circa 30/40 anni la frase “sto diventando mia madre”, “sto diventando mio padre”.
Oppure “Ho detto esattamente la frase che mi ero promessə di non dire mai.”
Come succede? Partiamo da una premessa: non diventiamo i nostri genitori per mancanza di consapevolezza.
Uno degli assunti di base è questo: all’interno di ogni famiglia parliamo di promesse, aspettative trasmesse di generazione in generazione. Nessuna spesso dichiarata esplicitamente, tutte i quasi vincolanti come un contratto.
Sono i meccanismi che governano chi siamo autorizzati a diventare, fino a dove possiamo spingerci, quanto successo possiamo permetterci, quanto amore, quanto spazio, quanta voce secondo uno schema prestabilito.
Fin da piccoli, cresciamo e impariamo a rispettare queste regole, sono la nostra bussola per orientarci nei sistemi cui apparteniamo. Non perché ci venga imposto esplicitamente, ma perché farne parte significa esistere dentro la famiglia. Vuol dire essere riconosciuti, amati, al sicuro.
La lealtà al sistema familiare non è debolezza, appare come sopravvivenza. Bowen aggiungeva un altro pezzo fondamentale: il concetto di massa dell’Io familiare — ovvero quella specie di campo emotivo indifferenziato in cui i membri di una famiglia sono immersi, dove i confini tra sé e l’altro sono estremamente labili, dove le emozioni si trasmettono come per un contagio, dove essere diversi viene vissuto — e spesso punito — come alto tradimento della coorte.
Possiamo riassumerlo così più bassa è la differenziazione all’interno del sistema, più forte è la pressione a restare uguali, a pensare tutti le stesse cose, sentire le stesse cose, ripetere le stesse storie.
Sentite com’è rassicurante? Come? Angosciante?
Sì, può anche essere vissuto come molto, moltissimo angosciante.
Bisogna poi immaginare che questa pressione non sparisce quando usciamo di casa, non si esaurisce neanche andando a vivere dall’altra parte della città, o dall’altra parte del mondo.
Perché non è una pressione esterna, ma ormai interna, come insediata dentro di noi mentre stavamo ancora imparando a camminare.
C’è chi ripete il pattern del genitore in modo speculare — stessa modalità relazionale, stessa gestione della rabbia, stesso modo di isolarsi quando si hanno momenti di difficoltà — e quando se ne accorge scopre di provare un misto di orrore e rassegnazione.
Succede anche di vedere chi invece lo ripete ma alla rovescia: persone che hanno fatto di tutto per essere il più possibile diversi dal genitore, lontani, lontanissimi e si ritrova intrappolato nella differenza come in un’altra “gabbia”. Anche questa è lealtà, paradossalmente: costruire la propria identità in opposizione significa continuare ad orbitare attorno allo stesso centro.
Un’altra traiettoria possibile è quella che richiede più tempo per essere vista: chi ha interiorizzato il mito familiare, il messaggio, così profondamente da non riconoscerlo nemmeno come tale, lo vive come l’unica prospettiva possibile sul mondo.
Questo riguarda sopratutto contenuti relativi alle relazioni, di quanto possano far soffrire, siano inaffidabili, di quanto ci si debba accontentare o non ci si possa fidare.
Contenuti che son stati trasmessi, assorbiti, interiorizzati, che continuano anche a distanza di anni a rimanere in piedi e a dirigere la bussola interna. Chiaramente le opportunità di muoversi attorno a queste traiettorie sono differenti: posso rimanere così come sono, posso cambiare completamente, posso modificarmi un po’, posso trovare un compromesso.
Un aspetto importante da seguire riguarda le emozioni: cosa sento? Cosa mi farebbbe stare bene?
Interrompere un meccanismo non è un evento singolo, è un processo lento, assolutamente non lineare, come abbiamo detto più volte fatto di avanzamenti e di ritorni che a volte sembrano sconfitte e invece sono parte del lavoro.
Bowen parlava di differenziazione del sé ovvero della capacità di restare in relazione con il proprio sistema familiare senza fuggire, senza fondersi, ma senza aggredire, mantenendo al tempo stesso un senso abbastanza stabile di chi si è. La giusta distanza che permette a me e all’altro di esistere senza fonderci.
Uno dei processi più complessi da portare a termine e che nessuna app di benessere ti insegnerà mai in cinque minuti al giorno, ma neanche con le 5 tips di un reel.
Un ultimo aspetto mi preme ricordare sempre: bisogna tenere a mente che i genitori erano, a loro volta, figli, con le loro lealtà invisibili, i loro copioni ereditati, i loro conti aperti con le generazioni precedenti.
Non hanno scelto consciamente di trasmetterci certi pattern, li hanno trasmessi probabilmente in automatico senza problematizzarli perché era tutto quello che conoscevano. Anche loro stavano cercando di appartenere a qualcosa.
Questo non significa che il dolore non sia reale, ma che le catene sono lunghe. E che spezzarle appare un lavoro enorme, che merita rispetto e che non va sminuito con frasi come “lascia perdere il passato” o “ma tu devi pensare positivo”.
Da adulti portiamo dentro tutto quello che siamo stati, e che sono state le generazioni prima di noi.
Non per sempre uguale, per fortuna, ma presente. Vivo, vibrante, degno di essere guardato.
Ci vediamo sabato,
Doc.
