Quando l’amore non basta

C’è una frase che sento spesso, in stanza, quasi sempre con lo stesso tono, a metà tra la confessione e la domanda. Si siedono entrambi, timorosi, si guardano, mi guardano. Sono lì a dire il motivo per cui sono qui, in questa stanza, su quel divano verde, respirano io aspetto, in silenzio, rispettosa dei loro tempi: “Ci vogliamo ancora bene, però non funziona.” 

Una frase che contiene un paradosso purtroppo solo apparente; descrive in realtà qualcosa di estremamente preciso: l’amore c’è, ce n’è anche molto, da entrambe le parti, ma non basta per stare bene, insieme. E per capire come mai è necessario mettere mano prima e smontare poi una delle credenze più radicate che abbiamo sull’amore romantico. Cresciamo con una narrativa potente: se ti amo/mi ami abbastanza, tutto il resto si sistema; se la relazione fa male, significa che l’amore è finito; se l’amore c’è ancora, significa che ce la faremo.

Una logica binaria, pulita, rassicurante; quasi sempre fuorviante.

Le coppie che arrivano a sedersi su quel divano in maniera più o meno vicina, quelle in crisi profonda, che litigano da anni sulle stesse cose, che si ignorano da mesi con una cortesia glaciale, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno smesso di amarsi. Si amano ancora, a volte si amano moltissimo. Il tema centrale infatti non è la quantità di amore, ma proprio come stare bene nell’amore, anzi la maggior parte delle volte come stare nell’amore.

E questa è una differenza che cambia l’orizzonte di tutto.

Quando due persone si innamorano, c’è una fase in cui la fusione può essere bellissima, travolgente: si può voler passare tutto il tempo insieme, si sperimentano le abitudini dell’altro, si parla al plurale, si pensa in una dimensione nuova. In una dimensione che potremmo definire Noi.

In psicologia la parte patinata viene un po’ meno e osserviamo le dinamiche che si attivano e disattivano nell’incontro a due: quello cui assistiamo il più delle volte riguarda i confini e quanto questi nell’incontro con l’altro si fanno porosi, in quella porosità c’è una sensazione di “completezza” che può sembrare la risposta a tanti dei punti interrogativi che ci accompagnano nella vita.

Uno snodo importante arriva più tardi, quando potremmo dire che l’innamoramento si stabilizza e i confini cominciano a riaffiorare. Quando si è sperimentato con l’altro, ma il bisogno di riappropriarsi delle proprie abitudini preme di più;quando in una diede uno ha bisogno di spazio e l’altro lo legge e vive come un rifiuto, quando uno si chiude e l’altro si ritrova ad inseguirlo. Quando ad esempio uno dei due, per non perdere l’altro, smette di dire quello che pensa; quando l’altro, per non spaventare, smette di portare i propri bisogni. 

Fermi qui. 

Qui l’amore si incrina, non perché sia finito ma perché non ha più un luogo sicuro in cui esprimersi, non sa dove abitare.

Abbiamo già parlato in una precedente newsletter del concetto di differenziazione del sé di Bowen, ovvero della capacità di restare in relazione senza fondersi, ma senza aggredire, mantenendo al tempo stesso un senso abbastanza stabile di chi si è. Mi rendo conto non sia un termine particolarmente romantico, ma descrive qualcosa di essenziale: la capacità di stare in una relazione intima — con tutto il calore, la vicinanza, il desiderio che questo comporta — mantenendo al tempo stesso un senso chiaro di chi si è, di dove si inizia, dove si finisce, di cosa si pensa, di quali sono i desideri e le ambizioni personali. 

Una persona poco differenziata in una relazione o si fonde e quindi perde i propri confini, i propri contorni, adotta quelli dell’altro, vive la vicinanza come unico modo di sentirsi al sicuro, oppure si pone a distanza. Si chiude, si irrigidisce, mette spazio fisico o emotivo come se la solitudine e l’isolamento fossero l’unica forma di autonomia possibile.

In terapia di coppia le vedo ogni giorno queste due polarità e spesso in coppia tra loro: in un ballo di chi scappa e chi insegue, di chi vuole più contatto ancora e l’altro che sente il contatto come una minaccia alla propria identità: si rincorrono da anni, senza capire che stanno rispondendo allo stesso quesito da direzioni opposte.

C’è un equivoco ricorrente quando si parla di differenziazione: si pensa che significhi essere indipendenti, autosufficienti, che non si ha bisogno dell’altro.

Non è questo.

Differenziarsi non significa non aver bisogno, ma vuol dire poter avere bisogno dell’altro, di uno spazio dove far vivere un “noi” senza perdere sé stessi; significa potersi avvicinare senza dissolversi, e potersi allontanare senza recidere.

Le coppie che funzionano — non quelle perfette, ma quelle che tengono a lungo — non sono quelle in cui non ci sono conflitti, ma quelle in cui entrambi sanno rimanere sé stessi anche sotto pressione. In cui si può dire non sono d’accordosenza che significhi non ti amo, ti lascio anzi ti abbandono; in cui si può stare soli un sabato sera senza che significhi qualcosa si sta rompendo.

Qui c’è lo snodo: non trovare la persona giusta, ma imparare ad essere una persona — intera, riconoscibile — anche dentro una relazione.

Quando una coppia si accomoda sul divano, una delle prime cose che osservo non è come litigano, ma come si tengonoquando non litigano, i loro occhi, come si guardano. Chi aspetta che l’altro parli prima, chi occupa lo spazio e chi lo cede, chi ride per alleggerire o mostrare i denti e chi rimane immobile. 

Questi movimenti dicono molto: quanto spazio ognuno si concede, quanto dell’altro porta dentro di sé, quanto di sé ha imparato a tenere fuori dalla relazione per non disturbare. Spesso il lavoro terapeutico non è allenarsi a comunicare meglio — anche se poi si finisce lì – ma aiutare ognuno a ritrovare la propria voce, abbassare se si grida troppo e per troppo tempo e ad alzare il volume per chi sussurra. Allenare la voce che ha imparato a modulare, ad ammorbidire, a tenere per sé per paura che l’amore non regga il peso di una presenza intera.

Quasi sempre, quando una persona si permette di tornare ad essere distinta — con le proprie opinioni, i propri tempi, i propri no — la relazione non collassa, riparte, respira.

L’amore non basta non è un’ammissione di fallimento, ma, se vogliamo, ne è la premessa più onesta da cui iniziare.

L’amore basta come sentimento, ma non come competenza. 

E la differenza tra i due è esattamente il lavoro che si può fare — in terapia, ma anche fuori, nella quotidianità di una relazione che si sceglie ogni giorno. Amarsi però deve essere la condizione di partenza, saper stare insieme — da persone intere, non da metà che si completano (che che ne dica Platone) — la destinazione.

E la strada tra le due non è breve, ma vale la pena percorrerla.

Ci vediamo sabato, 

Doc.