Embrioni, diritti, corpi: l’unica scelta è la libertà.

Bentrovati su #civediamosabato, 

oggi parliamo di embrioni e del gioco politico di cui vuole fregiarsi la Ministra Roccella. 

La Ministra con astuzia e metodo ha proposto di rendere “adottabili” gli embrioni crioconservati, trasformando un residuo della PMA in soggetto potenzialmente assegnabile a nuove coppie. Una misura che, dietro una presunta tutela della vita, minaccia l’autodeterminazione femminile e ostacola di fatto il diritto all’aborto libero e consapevole.

Ci sono narrazioni in questo clima politico sempre più adesivo alla sceneggiatura della Atwood, che vengono presentate come gesti di generosità, ma che sotto la superficie trasportano un carico etico, giuridico e politico pesantissimo è molto ben definito. 

Il valzer sull’“adozione dell’embrione” è una di queste, come una Zia Lydia, la Ministra Roccella che sembra essere custode di un ordine che sembra voler togliere un pezzo dopo l’altro libertà alle donne, ora parla di embrioni e della loro adozione (vorrei suggerire alla Ministra che se fa un altro passo al di là della staccionata c’è la GPA ma il suo governo ha decretato essere reato universale). 

Eppure Ministra, se si potesse avere un dialogo con lei sarebbe interessante parlare delle strade possibili per cui utilizzare quegli embrioni perché si, esistono strade diverse, più coerenti con una visione laica e scientifica. 

Una possibilità, per esempio, potrebbe essere quella di destinare gli embrioni non impiantati e non più utilizzabili – come quelli considerati “in esubero” dopo un percorso di PMA – alla ricerca scientifica, ad esempio per lo studio delle cellule staminali. 

Un impiego che valorizza il potenziale biologico dell’embrione senza trasformarlo in un soggetto morale, né tantomeno in una pedina retorica nel dibattito sull’aborto.

Di cosa parliamo, davvero, quando parliamo di embrioni adottabili?

Parliamo di un’idea sempre più sdoganata in ambienti bio-conservatori: quella di “donare” embrioni crioconservati – generati da tecniche di PMA – a coppie sterili o infertili che non riescono ad avere figli. 

Ma attenzione: quando un embrione viene definito “adottabile”, stiamo facendo ben più che un gesto di compassione. Stiamo ridefinendo il suo statuto giuridico ed etico. Non è più un insieme di cellule: è un “qualcuno” che può essere accolto, protetto, trasferito. 

Diviene, implicitamente, un soggetto terzo. 

E se è un soggetto terzo, chi è la donna che decide di abortire? 

Diventa, per contrasto, “colei che sopprime”.

In questo scenario, l’aborto non è più una scelta libera e personale. Diventa una scelta sospetta, evitabile, addirittura colpevole. (La prego Ministra mi dica qualcosa che non so sul senso di colpa e sul corpo delle donne) 

Perché – ecco la narrazione – se puoi donare quell’embrione, perché dovresti distruggerlo?

Ma questo è un corto circuito. Etico, psicologico, e soprattutto politico.

Nel nostro ordinamento, l’embrione non è un soggetto giuridico. È tutelato, sì, ma non ha né diritti autonomi né una soggettività propria. Eppure, rendendolo adottabile, lo equipariamo simbolicamente – e spesso retoricamente – a un bambino già nato.

L’adozione postnatale è un processo che tutela il minore, garantisce una rete di protezione, valuta l’idoneità dei genitori, considera il superiore interesse del minore. L’“adozione” dell’embrione non fa nulla di tutto questo. Non tutela un bambino, ma istituisce un diritto simbolico sulla vita potenziale. E questo cambia tutto. È un cambio di paradigma e di costrutto teorico che inserisce preoccupanti interventi sulla libertà e sull’autodeterminazione. 

Cosa succede allora, quando l’embrione adottabile diventa un’alternativa all’aborto?

Quello che può succedere è che che si crei una pressione normativa (come se ce ne fosse poca) e sociale sulle donne. 

Ci sarebbe il grande rischio di imporre neanche troppo velatamente – l’idea che la maternità non sia più una possibilità, ma un dovere delegabile

Che se non vuoi crescere quel figlio, lo puoi almeno “donare”. 

Ma “donare” un embrione non è come dare in adozione un figlio. È una scorciatoia semantica che serve solo a colpevolizzare chi decide di interrompere una gravidanza.

Ed è anche un’arma normativa potentissima. Perché una volta che esiste la possibilità di rendere adottabile un embrione, sarà facile dire: prima di abortire, devi valutarla. E poi “dare tempo alla riflessione”. E poi passare da una consulenza obbligatoria. E poi aspettare. E nel frattempo… i giorni passano. Le settimane passano. E la finestra legale per abortire si chiude. 

E TAC, in un attimo reso impossibile abortire.

In pratica, l’embrione adottabile non rende superfluo l’aborto. Lo rende impraticabile.

Nel dibattito pubblico tutto questo si presenta come una proposta “terza”, una via di mezzo. Ma i red flag devono esser spuntati a pacchi perchè quella che ci appare è una falsa mediazione. Come se si potesse fare pace tra autodeterminazione e imposizione. 

Tra la libertà e l’obbligo. 

Ma l’unico vero compromesso è quello che si chiede alle donne: rinunciare alla propria soggettività per proteggere qualcosa che soggetto ancora non è.

Pensare che la maternità possa essere regolata da desideri e scopi altrui è pericoloso e profondamente lesivo della libertà femminile. 

L’utero è mio e decido io: non è uno slogan, è un principio politico. 

Solo una legge che tuteli in modo inequivocabile la libera scelta delle donne può garantire davvero l’autodeterminazione dei corpi. 

Qualsiasi altra strada è una forma di controllo travestita da tutela.

Pensare alla maternità come a un destino che si può assegnare o redistribuire – purché ci sia qualcuno pronto ad accoglierlo – è una visione spaventosa. 

Perché cancella la possibilità stessa di dire no.

In questa distopia in abiti di governo, c’è chi si muove come una Zia Lydia: sorridendo mentre scrive regole che puniscono, raccontando controllo come cura, obbedienza come libertà. E intanto le donne, una a una, vengono riscritte come contenitori, strumenti, funzioni. 

Non è fiction. È politica.

Quante puntate mancano ancora prima che ce ne accorgiamo tuttə?

Ci vediamo sabato prossimo. Sempre qui, sempre senza risposte facili.

Doc 

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