C’è una parola che negli ultimi anni è diventata onnipresente: nei post di Instagram, nelle conversazioni tra amichə, nelle descrizioni delle relazioni finite, nei podcast sull’empowerment.
C O N F I N I
“Devo imparare a mettere dei confini.” “Lei/lui non rispetta i miei confini.” “Sto lavorando sui miei confini.” “Ho bisogno di proteggere il mio spazio.”
mTre secondi su qualsiasi piattaforma e ne trovate almeno tre, garantito.
Il problema non è che se ne parli, ma che quasi nessunə sa cosa significhi davvero. E aggiungo, come se nominare il confine equivalesse a metterlo. C’è stato un momento — difficile da datare con estrema precisione, ma direi in un arco temporale che può andare grossomodo dall’esplosione di Instagram ai primi anni post-2020 — in cui il vocabolario della psicologia ha iniziato a migrare in massa verso il linguaggio comune. Cosa che di per sé non è assolutamente un male, intendiamoci. La destigmatizzazione della salute mentale è un processo importante, e se le persone iniziano a parlare di emozioni, di relazioni, di bisogni, è tendenzialmente sempre un effetto positivo di un “trend”. Un aspetto da attenzionareè quello che succede quando i concetti viaggiano senza il bagaglio della loro complessità, quando si semplificano al punto da diventare caption.
“Confini” è l’esempio perfetto. Ma non è solo. C’è un pantheon ricco e io ho dei preferiti: tossico, trauma, gaslighting, narcisista, red flag, love bombing, trigger. Parole che hanno un significato clinico molto ben preciso, stratificato, spesso faticosamente guadagnato dalla ricerca e dalla pratica, e che nel passaggio al linguaggio pop della psicologia come d’incanto perdono quasi tutto tranne la forma.
Nel lavoro clinico, i confini non sono muri, non sono distanze di sicurezza, nè la risposta automatica a tutto quello che non ci fa stare bene, anzi che ci fa stare male proprio. I confini sono una risorsa, sono la capacità di distinguere sé dall’altro mantenendo in piedi la relazione: dinamici, non statici. Cambiano a seconda del contesto, della persona, del momento, della relazione e richiedono un’alta consapevolezza di sé; ovvero di cosa si vuole, di cosa si tollera, di cosa fa male e perché fa male e in che modalità. Richiedono inoltre anche la capacità di comunicarli, il che non è mai semplice, e di tollerare la reazione dell’altro quando li si esprime.
Ne abbiamo parlato nella precedente newsletter quando parlavamo di essere presenti in una relazione senza dissolversi, di dire no senza che il no spezzi tutto, e poter dire sì senza che il sì significhi perdere sé stessə.
Questo è un lavoro. Un lavoro lungo, a volte scomodo, quasi sempre emotivamente costoso.
Visto che ci siamo, vorrei dedicare uno spazio anche a tossico, perché merita uno spazio suo.
Chi mi conosce sa quanto ho una questione aperta con questa parola: è diventata la parola più usata per descrivere relazioni difficili, persone difficili, situazioni difficili. Mia cugina è tossica, il mio ex era tossico, quell’ambiente di lavoro era tossico, il gruppo WhatsApp di famiglia è tossico.
Tutto è tossico.
Capisco l’appeal: parola potente, visiva — evoca veleno, contaminazione, qualcosa che fa male per sua natura. E dà una spiegazione rapida a qualcosa che fa soffrire: il problema non è la relazione, non sono io, è quella persona lì, che è tossica. PERFETTA per i Reel.
Il guaio è che “tossico” — usato così, come attributo fisso di una persona — non lascia spazio alla complessità alla partecipazione dell’altro. Non fa domande, non offre spazio per chiedersi: cosa succede tra noi? Cosa porto io in questa dinamica? Cosa ho bisogno di sentire prima di decidere se andarmene o restare? Come mai continuo a scegliere questo tipo di relazioni? Definire qualcuno “tossico” è comodo perché chiude la questione. È l’altro, non io. Non richiede analisi, nessun movimento interiore, solo allontanamento — fisico, digitale, narrativo.
A volte, sia chiaro, l’allontanamento è la cosa giusta. Ci sono persone e situazioni da cui è necessario distanziarsi è molto, situazioni che fanno male in modo oggettivo e da cui è sano uscire.
Non sto dicendo il contrario.
Quello su cui voglio riflettere qui è che la parola “tossico” è spesso usata come scorciatoia per evitare una domanda più difficile: perché sono finito/a qui, e cosa mi dice di me?
C’è una cosa che osservo spesso, e che mi ha fatto pensare molto a questo tema. Alcune persone arrivano al primo colloquio già equipaggiatissime. Conoscono i termini, sanno nominare i meccanismi, usano il linguaggio della psicologia con grande fluidità. Dicono qualcosa tipo “so che è un mio schema di attaccamento ansioso” oppure “riconosco che sta facendo gaslighting” oppure “ho messo un confine ma lei non lo rispetta”.
E per un po’ sembra che il lavoro stia andando veloce, che ci sia già una consapevolezza di base da cui partire.
Poi, quasi sempre, arriva il momento in cui il vocabolario finisce, in cui si tocca qualcosa che non ha ancora un nome, o che il nome lo ha ma fa troppo male pronunciarlo. E lì si vede la differenza tra chi ha interiorizzato un concetto e chi ha imparato una parola.
Anche qui, attenzione imparare una parola è utile. Dà una prima forma a qualcosa che era informe, può essere il punto di partenza di una riflessione vera, non l’arrivo.
Purtroppo a volte può diventare il modo per non fare quella riflessione. Il linguaggio psicologico, quando viene usato come sistema difensivo, protegge esattamente da quello che dovrebbe aprire. Mi chiamo fuori dalla relazione difficile chiamandola tossica, così non devo guardare perché l’ho scelta. Dico che ho bisogno di mettere un confine, così non devo chiedermi cosa ho paura di perdere se lo metto davvero.
Il vocabolario diventa armatura. E le armature certamente proteggono, ma pesano. Non voglio dire che la diffusione di un linguaggio della psicologia sia il male; ma che può essere un avvio.
Imparare a dire “ho bisogno di spazio” è già qualcosa, se prima non si riusciva a dirlo affatto. Capire che certe dinamiche relazionali hanno un nome è già qualcosa, se prima sembravano solo caos.
Il problema può essere quando il nome diventa il punto di arrivo invece che il punto di partenza. Quando si usa il vocabolario per non fare il viaggio.
La parola “confine” non mette nessun confine; la parola “tossico” non chiude nessuna ferita; la parola “trauma” non elabora niente da sola.
Le parole sono mappe, e le mappe non sono il territorio. Noi non agiamo mai sul mondo diretto, ma sempre su trasformazioni di esso — percezioni, differenze, pattern. La mappa non è un limite da correggere, è la struttura stessa del pensiero. Il tema centrale non è avere una mappa, ma scambiarla per la realtà e smettere di aggiornarla.
Il territorio è quella cosa scomoda, lenta, a volte molto silenziosa, che succede quando si smette di parlare del lavoro su sé stessə e si inizia, davvero, a farlo.
Ci vediamo sabato,
Doc.
