Il dramma del bravo figlio

C’è un bambino che non ha mai dato problemi.

Non piangeva troppo, non chiedeva troppo, non faceva scenate al supermercato e non si rotolava per terra davanti agli scaffali dei cereali urlando disperato.

Era tranquillocollaborativo, capiva le cose in fretta, era “ragionevole” dicevano le maestre.

Gli adulti intorno a lui dicevano: che bambino meraviglioso, così maturo per la sua età, con lui non c’è mai stato bisogno di spiegare niente perché capisce tutto da solo. Prendeva tonnellate di complimenti meritatissimi, da tutti.

Il problema è che quel bambino, trent’anni dopo, si può ritrovare con una vaga sensazione di vuoto che non riesce a nominare, una difficoltà cronica a capire cosa vuole, e una tendenza a anteporre i bisogni degli altri ai propri, sistematicamente, senza nemmeno accorgersene.

Quel bambino meraviglioso aveva capito tutto, sì. 

Aveva capito purtroppo, che per essere amato doveva sparire, fare un passo indietro.

Precisazione necessaria: non sto parlando di genitori cattivi, non sto descrivendo scenari di abuso, trascuratezza grave, famiglie disfunzionali nel senso più clinico del termine.

Sto parlando di genitori che amavano i propri figli — a volte moltissimo — ma che avevano anche le loro fatiche, le loro fragilità, i loro momenti in cui non c’era spazio per reggere tutto. Sto parlando del bambino che ha sentito — non con le parole, mai con le parole, con qualcosa di molto più sottile — che in certi momenti era meglio non chiedere, che la mamma era stanca, che il papà era preoccupato, che c’era qualcosa di pesante nell’aria e che il modo migliore per non aggiungere peso era diventare il più leggero possibile, quasi invisibile.

La psicologia dello sviluppo ha un nome per questo processo: adattamento. I bambini sono piccoli individui straordinariamente sensibili ai segnali degli adulti di riferimento — lo sono per ragioni evolutive, perché dipendono da loro per la sopravvivenza — e sono capaci di modulare il proprio comportamento in modo molto sofisticato per mantenere la vicinanza e il sostentamento di chi li accudisce. Questo è funzionale e protettivo entro certi limiti.

Un momento critico può avvenire quando l’adattamento diventa la strategia principale, quando il bambino impara che il modo più sicuro per stare al mondo è rendersi gradito — sempre, a tutti, a qualsiasi costo.

C’è un libro che consiglio spesso, e che ogni volta che lo cito vedo qualcuno annuire con un’espressione che significa ah, quindi non sono l’unicə.

Si intitola Il dramma del bambino dotato, lo ha scritto Alice Miller, psicoanalista svizzera di origine polacca, e quando uscì — era il 1979 — fece un certo rumore, non perché dicesse cose rivoluzionarie in senso tecnico, ma perché le diceva in modo che chiunque le potesse riconoscere.

Il concetto centrale è questo: i bambini particolarmente dotati — intendendo dotati di sensibilità, intelligenza emotiva, capacità di sintonizzarsi con gli altri — sono anche i più vulnerabili a un certo tipo di segni, proprio perché percepiscono così bene, capiscono precisamente cosa gli adulti si aspettano da loro, e proprio perché sono capaciriescono a darglielo.

Miller richiama un processo di winnicottiana paternità: la costruzione del falso sé ovvero una versione di sé stessə costruita interamente in funzione dei bisogni altrui, che funziona benissimo nel sistema familiare e costa enormemente in termini di contatto con i propri desideri, le proprie emozioni, la propria identità. 

Il bambino dotato non perde sé stesso in modo traumatico e visibile — lo perde lentamente, silenziosamente, con grande efficienza, e lo fa spesso sorridendo, mentre tutti gli fanno i complimenti.

C’è una dimensione di queste storie che si somigliano un po’ tutte che spesso viene trascurata, e che la ricerca degli ultimi decenni ha reso – fortunatamente – impossibile ignorare.

Il processo di adattamento non inizia quando il bambino è abbastanza grande da capire le aspettative degli adulti, ma molto prima — in alcuni casi, prima ancora della nascita. La psicologia perinatale studia come le esperienze dei primissimi mesi di vita, e anche del periodo prenatale, lascino tracce nel sistema nervoso del bambino: tracce somatiche, regolative, relazionali.

Un bambino che nasce in un contesto ad alta tensione emotiva ad esempio, che nei primissimi mesi riceve risposte inconsistenti o poco sintonizzate, impara presto che il pianto non produce sempre la stessa risposta — ecco quel bambino verosimilmente inizierà a regolare il proprio sistema nervoso in funzione dell’imprevedibilità dell’ambiente, impara dunque a non affidarsi troppo dei propri segnali.

Il “bravo figlio” ha spesso una storia che precede qualsiasi decisione consapevole: il suo adattamento è scritto nella regolazione emotivanel tono muscolare, nella capacità — o incapacità — di sentire i bisogni prima ancora di imparare a nominarli. Questo non significa che il cambiamento sia impossibile, ma che va cercato nel posto giusto: non solo nella mente, ma nel corpo, nella relazione, nell’esperienza vissuta.

Un bravo figlio da adulto può avere mille facce e alcune si riconoscono facilmente.

Nella maggior parte dei casi non riesce a dire cosa vuole, non perché sia confusə, ma perché la domanda “cosa voglio io?” è rimasta probabilmente per anni inevasa o forse non è stata proprio mai formulata.

Spesso si attiva quando c’è qualcuno da aiutare, da supportare, da accudire, e crolla nel momento in cui non c’è nessun bisogno altrui a cui agganciarsi, nessun ruolo da ricoprire e rimane solo il doloroso silenzio di doversi occupare di sé.

Il bravo figlio può divenire un adulto eccellente in quasi tutto tranne che in una cosa: amarsiaccogliersi.

Una traiettoria possibile del bravo figlio è che non dia segnali di sofferenza all’esterno, probabilmente esperto nel far sembrare agli altri che stia bene, per non destare preoccupazione.

Il costo di questa performance può tradursi in difficoltà relazionali in cui ci si perde di vista, o in percorsi formativi scelti per compiacere l’immagine genitoriale, in corpi che comunicano con sintomi quello che la mente non riesce a dire, in una stanchezza cronica e difficile da spiegare che non è stanchezza fisica ma è l’esaurimento di chi ha vissuto tutta la vita fuori dal proprio centro.


Se vi siete riconosciutə in qualcosa di quello che avete letto o se riconoscete qualcuno che vi sta a cuore voglio dirvi una cosa: non è responsabilità sua o vostra, e nella maggior parte dei casi non è responsabilità neanche dei vostri o suoi genitori.

Ma il risultato di un sistema — familiare, culturale — che premia l’adattamento e non ha strumenti per vedere il costo di quell’adattamento.

Voglio però aggiungere una postilla al ragionamento: il bravo figlio ha passato anni a capire cosa volevano gli altri, e il lavoro — lento, scomodo, ma necessario — è imparare a fare la stessa domanda verso l’interno e ad ascoltare ed esplorare le proprie risposte: cosa voglio io?

Non è una domanda semplice, ma è quella giusta.

Ci vediamo sabato,

Doc.