Perché ci vuole così tanto per stare meglio?

Ma quanto dura una terapia in media? Quanto devo aspettare per stare bene?

Una domanda che conosco bene, che sento spesso, e che merita una risposta onesta — anche se non particolarmente rassicurante.

La risposta è: non lo so. E non lo sa nessuno. 

Ma quello che so, e su cui voglio ragionare oggi, è che la domanda stessa — quanto devo aspettare — tradisce un’aspettativa sul cambiamento che vale la pena esaminare, perché è un’aspettativa che la cultura in cui viviamo ha costruito con molta cura e che non ha quasi nulla a che fare con come funziona davvero la psiche umana.

Viviamo in un’epoca che ha fatto si che la velocità diventasse un valore assoluto. Non solo un’utilità pratica — un valore, nel senso quasi morale del termine. Essere veloci è essere efficienti, essere efficienti è essere bravi, essere bravi è essere degni. Il corollario implicito dunque è che essere lenti significa qualcosa di meno lusinghiero.

Questa logica ahimè ha colonizzato ogni ambito: il lavoro, le relazioni, l’apprendimento, il corpo, la salute. 

Si ottimizza tutto, si scalano i risultati, si tracciano i progressi su dashboard colorate che mostrano curve in crescita e frecce che puntano verso l’alto. Esistono app per meditare in dieci minuti, app per imparare una lingua in venti minuti al giorno, app per costruire abitudini in sessantasei giorni esatti. 

In questo contesto, la psicoterapia è un luogo profondamente strano: non ha una barra di avanzamento, non manda notifiche, non produce report settimanali con grafici e percentuali, non dice sei al 73% del tuo percorso, ancora tre mesi e hai finito, non dice se hai fatto abbastanza e dove puoi migliorare in 3 rapidi mosse. 

Richiede mesi, a volte anni, e spesso il momento in cui si inizia a sentire davvero qualcosa di diverso arriva senza preavviso, in un momento qualunque di un martedì qualunque, mentre si fa una cosa banale che non ha niente a che vedere con quello su cui si stava lavorando in seduta.

È ostinatamente, imperdonabilmente lenta. E questa lentezza non è un difetto del metodo — ma la natura del processo.

Vale la pena fermarsi su questa parola, perché viene usata in modi molto diversi e la confusione tra questi modi è, credo, una delle fonti principali di frustrazione nelle persone che fanno terapia.

Cambiare, nel senso in cui la cultura contemporanea lo intende di solito, significa aggiornarsi. Acquisire nuove competenze, nuovi comportamenti, nuovi strumenti. Smettere di fare X e iniziare a fare Y. È un modello informatico, in fondo: si individua il bug, si installa la patch, il sistema funziona meglio: rapido, misurabile, verificabile.

La psicoterapia — almeno quella che si occupa non solo di sintomi ma di chi si è, di come si è costruita la propria storia, di come certi schemi si ripetono senza che si riesca a capire perché — lavora però su qualcosa di diverso. Lavora su un tipo di cambiamento che non si installa, che non si aggiorna, che non si ottimizza. Un cambiamento che assomiglia più a una lenta trasformazione del terreno che a una ristrutturazione di facciata.

Il pensiero sistemico distingue tra cambiamenti di primo e secondo livello: i primi modificano i comportamenti all’interno di un sistema senza toccare le regole del sistema stesso, i secondi cambiano le regole. È la differenza tra imparare a gestire meglio l’ansia e capire a cosa serve quell’ansia, cosa protegge, da dove viene, cosa dice di sé. Il primo tipo di cambiamento è più rapido e visibile, il secondo è più lento e spesso invisibile dall’esterno — ma è quello che tiene nel tempo.

C’è una cosa che osservo spesso nelle persone che arrivano in terapia con molta urgenza di cambiare, e che credo valga la pena dire con chiarezza anche se può sembrare controintuitiva: la fretta, in certi casi, è parte del problema.

Non perché il desiderio di stare meglio sia sbagliato — è sacrosanto, ovviamente — ma perché la velocità con cui si vuole arrivare al risultato spesso impedisce di fermarsi sul percorso, e il percorso è esattamente il luogo in cui succede qualcosa di utile.

La terapia richiede di stare con le cose scomode, di non risolverle immediatamente, di tollerare l’incertezza di non sapere ancora come andrà a finire. Questa capacità — di stare con il non sapere senza precipitarsi verso una soluzione — è in molti casi proprio quello che manca, spesso legata alla storia della persona molto più di quanto sembri in superficie. Chi ha imparato presto che le emozioni vanno gestite in fretta, che il disagio va eliminato subito, che restare troppo a lungo in uno stato scomodo è pericoloso — quella persona ha bisogno, tra le altre cose, di fare l’esperienza di stare con qualcosa di difficile senza che succeda niente di catastrofico.

E questa esperienza non si fa in tre sedute.

C’è però un altro lato di questa storia, che mi sembra importante non trascurare.

La lentezza della terapia non è solo un prezzo da pagare — è anche, in un senso molto concreto, una condizione necessaria per certi tipi di lavoro. Alcune cose hanno bisogno di tempo non perché il processo sia inefficiente, ma perché il tempo è parte del processo.

La relazione terapeutica è – tra le altre cose un contesto relazionale in cui si sperimenta – lentamente e ripetutamente, qualcosa di diverso che non si è fatto fin lì. Un luogo in cui si può essere in disaccordo senza che la relazione crolli, in cui si può non sapere senza essere giudicatə, in cui si può arrabbiarsə e tornare la settimana dopo e trovare tutto ancora al suo posto. Questa esperienza, ripetuta nel tempo, cambia qualcosa che nessuna insight, per quanto precisa e illuminante, riesce a cambiare da sola.

E questa ripetizione richiede tempo. Mesi. A volte anni.

La sensazione che nulla cambi nonostante si vada in terapia ogni settimana è una sensazione reale, che non va né minimizzata né liquidata con un generico trust the process. Ci sono casi in cui la terapia non funziona, in cui il metodo non è quello giusto per quella persona, in cui il legame con il o la terapeuta non si è costruito in modo tale da permettere un lavoro autentico. Queste cose esistono davvero e vale la pena nominarle.

Ma c’è anche un’altra possibilità, che nella mia esperienza è molto più frequente: che il cambiamento stia avvenendo in luoghi che non si riescono ancora a vedere. Che qualcosa si stia modificando nella regolazione emotiva, nella capacità di tollerare la frustrazione, nel modo di leggere certi pattern relazionali — e che questa modifica non sia ancora abbastanza grande da produrre un cambiamento percepibile nella vita quotidiana, ma sia reale, sia lì, stia lavorando sotto la superficie.

Il cambiamento profondo raramente si annuncia. Di solito lo si scopre a posteriori, guardando indietro e accorgendosi che si reagisce in modo diverso a qualcosa che prima faceva molto più male.

Che una situazione che un anno fa avrebbe innescato tre giorni di ruminazione adesso occupa qualche ora e poi passa. Che si riesce a dire una cosa che prima non si riusciva a dire, senza che sembri un grande gesto eroico ma semplicemente la cosa giusta da fare.

Questo è il cambiamento che la terapia produce, quando funziona. Ed è un cambiamento che, nella maggior parte dei casi, non si sente arrivare.

Ogni tanto mi chiedo cosa succederebbe se alla psicoterapia si applicassero gli stessi criteri con cui valutiamo tutto il resto: se ci fosse una barra di avanzamento, un report mensile, una data di consegna stimata.

Probabilmente produrrebbe ansia, aspettative distorte e moltissime sedute passate a verificare se si sta andando abbastanza veloci invece di fare il lavoro che serve fare.

La lentezza della terapia è una caratteristica strutturale, non un’inefficienza da correggere. E in un’epoca che ha trasformato la velocità in virtù, scegliere di fare una cosa lenta — davvero lenta, senza scorciatoie — è forse uno degli atti più controcorrente che esistano. Non so se questo sia consolante, forse no. 

Ma mi sembra valga la pena dirlo.

Ci vediamo sabato, 

Doc.