Da qualche giorno ho terminato la visione di Parenthood — la serie NBC del 2010, sei stagioni, famiglia Braverman, Berkeley, California, disponibile su Netflix.
Esiste un adattamento italiano chiamato Tutto può succedere, famiglia Ferraro, Roma, Fiumicino, stessa storia più o meno, recuperabile su RaiPlay: se avete un weekend libero, fuori piove e avete una certa tolleranza al pianto in presenza di sconosciuti, potrebbe essere un investimento interessante.
Non è una serie che fa rumore, non ci sono serial killer, non ci sono rivelazioni scioccanti nel finale di stagione, non muore nessuno in modi particolarmente creativi, niente medical drama, non è scritta da Shonda Rhimes, nessun elicottero che plana in ospedale.
Parla della storia di quattro fratelli adulti con le rispettive famiglie, li osserviamo crescere, litigare, sbagliare, scusarsi, ricominciare — sotto lo sguardo di due genitori che li amano moltissimo e che, nel farlo, hanno trasmesso loro una notevole quantità di materiale irrisolto. Proprio come spesso capita nelle famiglie della vita reale. L’ho recuperata tardi, ma appassionata in 3,2,1.
C’è una scena all’inizio della stagione in cui il figlio maggiore, Adam nella versione originale, reagisce a una crisifamiliare esattamente come farebbe suo padre Zeek: si mette al centro, prende le redini, sovrasta tutti con la certezza di sapere cosa fare. E il punto non è che lo faccia male, ma che neanche se ne accorge. In quel momento è così dentro al copione relazionale che non riesce neanche a vederlo come tale.
In stanza di terapia si ascolta spesso la frase “sono diventato mio padre” o “ho giurato a me stessa che non avrei mai fatto come mia madre.” Oppure, nella versione più silenziosa e per questo più difficile da intercettare: “Non capisco perché con i miei figli mi comporto così.”
Abbiamo già parlato di Bowlby e di come nei suoi scritti parla di costruzione di modelli operativi interni, ovvero delle rappresentazioni mentali di come funzionano le relazioni. Non teorie, non ragionamenti, proprio rappresentazioni. Schemi incorporati come fossero mappe per orientarsi.
Queste mappe di cosa parlano? Di quanto posso fidarmi dell’altro, quanto devo guadagnarmi l’amore dell’altro. Sechiedere aiuto è sicuro o rischioso, ancora, se il conflitto distrugge o si può sopravvivere anche a quello; se occupare spazio è lecito o sempre un po’ troppo.
Queste mappe vengono costruite prima che esistano le parole per descriverle quando l’unico linguaggio disponibile è il corpo, la temperatura, la risposta o la non risposta di chi ci tiene in braccio o meno. E poi vengono con noi, ovunque: al lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni romantiche, nel modo in cui entriamo in una stanza e in quello in cui ne usciamo.
La cosa interessante da considerare è che le mappe tendono a confermare se stesse.
Non perché ci compiacciamo della sofferenza, contrariamente a quello che suggerisce una certa narrativa da trend social sulla psicologia, ma perché il sistema percettivo si orientato, strutturalmente, a cercare indizi di ciò che già conosce. Vengono interpretati i segnali ambigui in una direzione ben precisa, si sceglie tendenzialmente ambienti e persone che collimano con le nostre aspettative.
Se la mia mappa dice le persone che amo prima o poi mi lasciano, troverò il modo — inconsapevolmente, creativamente, con una coerenza che farebbe invidia al più talentuoso dei romanzieri — di fare in modo che accada. Sceglierò qualcuno con una storia di abbandoni, interpreterò come rifiuto una distanza che era solo stanchezza, farò cose che rendono la “partenza” più probabile, e poi, quando arriva, dirò: ecco, lo sapevo.
Non è una condanna, ma una mappa che non è stata ancora aggiornata.
I Braverman — o i Ferraro — sono una famiglia in cui questo meccanismo è visibilissimo, proprio perché la serie ha lo spazio di sei stagioni per mostrarlo senza fretta.
C’è un figlio maggiore che porta tutto sulle spalle, perché qualcuno — in buona fede, con tutto l’amore possibile — lo ha fatto sentire l’unico capace. Una figlia che insegue l’approvazione del padre in ogni relazione successiva, con una precisione quasi geometrica, il figlio minore che boicotta ogni cosa buona che gli capita, non perché voglia farlo, ma perché da qualche parte nella sua mappa è scritto che le cose buone non sono per lui. Ci sono i genitori — Zeek e Camille — che amano i loro figli tantissimo, che hanno fatto del loro meglio, e che nel farlo hanno trasmesso loro, insieme a tutto il resto, anche le versioni non elaborate di sé stessi; hanno portato le loro mappe dentro una famiglia, e quelle mappe sono diventate l’aria che i figli hanno respirato per anni.
Non con le parole — le parole spesso dicono altro, dicono “voglio il meglio per te, sei speciale, puoi farcela”. Ma con i pattern, con le aspettative implicite, con il modo in cui si reagisce quando qualcosa va storto, con chi si sceglie di consolare e chi invece si lascia da solo a gestire, con quanto spazio si dà all’errore e quanto al contrario lo si trasforma in sentenza.
I figli imparano quasi tutto guardando, non ascoltando. Ed è per questo che i discorsi servono fino a un certo punto, e le scene di vita quotidiana molto di più.
Una delle cose che si osserva più spesso in stanza di terapia è quanto sia difficile distinguere tra ciò che si vuole davvero e ciò che si è imparato a volere: tra un bisogno genuino e un copione talmente interiorizzato da sembrare spontaneo.
Una persona che ha costruito la propria mappa su un concetto tipo “devo essere indispensabile per essere amato” farà una fatica enorme a stare in una relazione senza conquistarsi l’amore dell’altro anteponendo i bisogni dell’altro ai propri. Una persona la cui mappa dice non fare troppo spazio ai tuoi bisogni o gli altri se ne andranno imparerà a comprimere, ad anticipare, a dare prima ancora che venga chiesto. Sembrerà generosa — e in parte lo sarà davvero — ma sotto quella generosità spesso giace un silenziosissimo: se dono abbastanza, rimangono. Se mi faccio abbastanza piccola, non spavento nessuno. Se non chiedo mai troppo, l’amore non va via. E spesso, esplicitiamolo, questo accade alle persone cresciute socializzate al femminile.
Questo meccanismo funziona, fino a un certo punto. Improvvisamente, ma in realtà un pezzettino per volta, smette di funzionare, e non si capisce perché ad una prima lettura, spesso in questo timing compaiono sintomi psicosomatici, e prendendoli per mano, dopo aver fatto i dovuti accertamenti medici che escludano possibili infarti, ci si siede sul divano (o sulla poltrona, dipende dalla scelta del terapeuta).
La cosa che la terapia può fare non è cancellare la mappa perchè le mappe non si cancellano, e chi promette di farlo vi sta vendendo qualcosa che non esiste, ed è importante saperlo, ma osservarle e conoscerle. Con queste mappe relazionali si possono fare dei lavori estremamente interessanti: si può imparare a riconoscerle mentre sono attive, in tempo quasi reale, e in quel riconoscimento trovare un millisecondo di scarto tra lo stimolo e la risposta automatica. Quel millisecondo è lo spazio nel quale si lavora per creare spazio e invertire una tendenza, arrivando a ciò che mi fa stare bene.
Il cambiamento lo abbiamo detto tante volte è lento, non lineare, e somiglia più a una serie di piccoli spostamenti impercettibili che a una rivelazione. Non produce insight da condividere nelle stories (eh mi dispiace, lo so). Non genera il momento in cui tutto si sistema. Genera, invece, la possibilità – gigantesca – di fare qualcosa di diverso rispetto a ieri, anche di pochissimo, anche solo nel modo in cui si risponde (o si fa silenzio) ad una porta che si chiude troppo forte.
Adam, nella serie, non smette di comportarsi come suo padre dall’oggi al domani. Ci mette stagioni, a volte regredisce, a volte fa esattamente la stessa cosa che aveva giurato di non fare mai più, e deve ricominciare da lì.
Ma a un certo punto comincia ad accorgersene.
Ci vediamo sabato,
Doc.
