Quel dolore che chiamano invisibile, è sistemico

Una settimana fa, a Catanzaro, una donna si è gettata dal terzo piano di casa sua insieme ai suoi tre figli. Lei e due bambini sono morti. La maggiore, sei anni, è ancora ricoverata. La donna aveva un disagio psichiatrico noto, manifestatosi già in passato e probabilmente acuito dopo la nascita dell’ultimo figlio, di quattro mesi.

Su questo non scrivo e non scriverò, non cercherò di analizzare nulla della specifica situazione, col senno di poi; scrivo su come ne stiamo parlando, e su cosa quel modo di parlarne nasconde.

Il sindaco di Catanzaro, all’indomani della tragedia, ha detto ad un’agenzia di stampa che si trattava di “una situazione di non particolare disagio” ma di un “disagio invisibile, probabilmente acuito negli ultimi mesi, dopo la nascita dell’ultimo figlio”. Sia lei che il marito lavoravano, il quartiere era residenziale, in pieno centro; la donna frequentava la parrocchia. Nulla, ha detto il sindaco, lasciava presagire.

Mi fermo su due parole: la prima è invisibile, la seconda è presagire.

Invisibile” è una parola che dice molto, nel nostro vocabolario pubblico sulla sofferenza materna. Suggerisce infatti che la donna stesse bene, o che quantomeno sembrava stare bene, non c’erano segnali di nessun genere, dicono. Invisibile è una parola potente che assolve — assolve la famiglia che non ha visto, i servizi che non hanno intercettato, la comunitàche non ha agito, e in qualche modo anche noi che leggiamo. 

Se era invisibile, nessuno poteva sapere. Se nessuno poteva sapere, nessuno poteva intervenire. Resta solo il raptus, l’eclissi della mente, l’imponderabile. Resta la fragilità umana, parola usata dall’arcivescovo durante l’omelia.Ma la psicopatologia perinatale non è invisibile. È incredibilmente sotto-diagnosticata, che è una cosa molto diversa.

Meno del cinquanta per cento delle depressioni perinatali viene identificato durante la routinaria pratica clinica, e che solo tra il dodici e il trenta per cento delle donne con depressione perinatale riceve un trattamento adeguato (Quatraro e Grussu). 

Una donna su quattro, in gravidanza, soffre di un disturbo psichico; il sistema di Sorveglianza Ostetrica dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che, tra le morti materne italiane registrate nell’intervallo tra quarantatré giorni e un anno dal parto, un quarto è dovuto a suicidiUn quarto

Non è invisibile. È sotto gli occhi del sistema sanitario nazionale e il sistema sanitario nazionale, in larga parte, non guarda. 

Esistono strumenti di screening validati a livello internazionale per intercettare precocemente le donne a rischio. Il più diffuso è l’Edinburgh Postnatal Depression Scale, dieci domande, cinque minuti di somministrazione, evidenza clinica trentennale. In Italia esistono linee guida, esistono progetti regionali — penso a SalvagenteMamma in Lombardia, che Alessandra Bramante coordina — ma non esiste un obbligo nazionale di screening sistematico nei consultori, nei reparti di ostetricia, nelle visite pediatriche del primo anno. Una donna in postpartum, in Italia, può attraversare l’intero percorso — gravidanza, parto, dimissione, controlli pediatrici — senza che a nessuno venga il dubbio di chiedere, in modo strutturato e sistematico, come sta.

E quando la psicopatologia c’è già, il problema si moltiplica, la psicosi postpartum è un’emergenza psichiatrica.Esordio improvviso, sintomi prodromici nelle prime due settimane, idee deliranti spesso centrate sul bambino, il rischio di suicidio e infanticidio è documentato in tutta la letteratura. In Francia, in Belgio, nei Paesi Bassi, nel Regno Unito esistono unità di degenza madre-bambino: reparti di psichiatria specializzati dove una donna in crisi acuta può essere ricoverata insieme al neonato, con personale formato sulla diade. In Italia, di unità madre-bambino strutturate, ce ne sono pochissime. Una donna in psicosi puerperale che si presenta in pronto soccorso viene ricoverata in psichiatria adulti, spesso lontana dal figlio, spesso senza un percorso integrato di presa in carico.

Torno alla seconda parola: presagire. Ovvero intuire qualcosa prima che accada. Sembra che la prevenzione del suicidio materno sia questione di intuizione individuale — il marito che avrebbe dovuto vedere, l’amica che avrebbe dovuto cogliere il segno. La prevenzione del suicidio materno è invece un tema legato alla salute pubblica: protocolli, screening, formazione del personale ostetrico e pediatrico, percorsi di invio rapido, posti letto madre-bambino. Non si presagisce nulla, si interviene dove la statistica e i protocolli dicono che si deve intervenire.

Quando una tragedia di questo tipo entra nel discorso pubblico come eclissi improvvisa della mente” — l’espressione è dell’arcivescovo, ma è la stessa che ricorre nei titoli — succede una cosa precisa: la sofferenza psichica perinatale viene riconsegnata al destino. Diventa qualcosa che capita, che colpisce, che irrompe, che è nel novero delle possibilità. 

Non qualcosa che si può prevenire, perché esiste un sistema che ne ha la piena responsabilità. Non è cinismo, dirlo. È rispetto. Per quella donna, per quei bambini e quel padre. Per ogni donna, ogni bambino e ogni padre come loro.

Per tutte le altre donne che adesso stanno male, che stanno cercando aiuto e non trovano una porta giusta a cui bussare o che bussano ma la lista d’attesa è troppo lunga, o il dolore dell’assenza dei servizi pubblici o i costi del privato troppo alti. 

Rispetto per i servizi territoriali svuotati e per le colleghe e i colleghi che ci lavorano dentro, spesso da soli.

Se siete voi quelle donne — se questa newsletter vi sta arrivando in un momento difficile del post-partum, se avete pensieri che vi spaventano, se non sapete a chi dirlo — vi suggerisco diverse realtà il numero del Telefono Amico 02 2327 2327. Il vostro medico di base, il consultorio di zona, il pronto soccorso ostetrico-ginecologico sono tutti punti di accesso legittimi. Nessuno vi giudicherà. Chiedere aiuto non è un fallimento, è una diagnosi differenziale che fate da sole purtroppo, in attesa che il sistema impari a farla per voi.

Ci vediamo sabato,

Doc.