Il genitore che non sapevo di voler diventare

Domani è il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

Data scelta non a caso: il 17 maggio 1990, l’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Salute rimosse l’omosessualità dalla classificazione internazionale delle malattie mentali. Trentasei anni fa. A volte sembra ieri?

Questo luogo nasce come uno spazio di riflessione a seguito di quello che vedo in stanza di terapia ma anche nel mondo che mi circonda, una frase che dico spesso è che abito “il paese reale” con tutte le sue contraddizioni, il suo costo emotivo ma anche economico, conosco il sovraccarico, la fatica quotidiana di organizzare le giornate per essere in tutti i rapporti in cui voglio essere; in questo periodo più di altri devo dire lo spazio in stanza di terapia è pressoché riempito da coppie di genitori o adolescenti. Gli adulti che si siedono di fronte a me portano con sé uno sguardo tra il confuso e il colpevole, e che prima o poi trovano il modo di dire: mio figlio mi ha detto una cosa che non mi aspettavo, sente di essere in un corpo che non lo rappresenta nel modo in cui vorrebbe.

È di loro che voglio scrivere oggi.

La psicologa americana Diane Ehrensaft ha dedicato trent’anni della sua carriera a lavorare con bambini che vivono al di fuori dei confini del genere — bambini che non si riconoscono nelle categorie che la società ha costruito per loro. 

Nel suo libro Il bambino gender creative, tradotto in italiano da Odoya nel 2019, ha coniato il termine “gender creative” per descrivere quei bambini che intrecciano natura, educazione e cultura in modi che non corrispondono alle aspettative di chi li cresce. Gender creative non è una diagnosi, non è una patologia, ma una descrizione — di bambini che sanno qualcosa di sé prima ancora di avere le parole per dirlo.

Il libro di Ehrensaft, nonostante il titolo, non parla solo dei bambini, parla moltissimo dei genitori. Perché un bambinoche vive al di fuori dei confini del genere non esiste in isolamento: esiste dentro una famiglia, dentro relazioni, dentro lo sguardo di chi lo ama, di chi se ne prende cura e che — proprio perché lo ama — si trova a dover fare i conti con qualcosa di inaspettato. Quel che spesso mi viene chiesto su questo tema è “cosa succede a un genitore in quel momento?”.

La risposta più immediata e onesta che posso dare è “dipende.” Da moltissimi aspetti: dalla storia dei genitori, dalla sua cultura, dal suo sistema di credenze, da quanto spazio ha avuto nella propria vita per stare con le notizie non previste, dalla quantità e qualità di aspettative risposte sui figli, ma anche dalla quantità e qualità di aspettative che son state riposte su di lui,.. 

La risposta clinica però può essere più precisa: il primo movimento, quasi universale, è il disorientamento. Non nel senso di confusione superficiale, ma nel senso letterale della parola: si perde l’orientamento. La mappa che si aveva del proprio figlio — e le mappe credo di averlo già detto e ridetto in questo spazio si costruiscono prestissimo, ancora prima che nascano, nell’immaginario della gravidanza — improvvisamente non corrisponde più al territorio, questo produce una forma di vertigine che molti genitori non riconoscono come tale, perché non hanno un nome per nominarla.

Il secondo movimento, spesso intrecciato al primo, è un senso di responsabilità personale vissuto come senso di colpa. Ho sbagliato qualcosa? È la domanda che ritorna, a volte sussurrata, a volte urlata, a volte mai detta ad alta voce ma sempre presente. La cultura in cui viviamo ha costruito per decenni una narrativa precisa: se un figlio “esce fuori” dai confini del genere, è perché qualcosa nella famiglia non ha funzionato. Padri assenti, madri troppo presenti, un’educazione sbagliata.

È una narrativa falsa. Ma le narrazioni false, se le hai respirate abbastanza a lungo, diventano indistinguibili dall’aria.

La letteratura clinica è chiara su questo punto: l’identità di genere non è il risultato dell’educazione ricevuta, non è causata da un genitore troppo morbido o troppo rigido, da un giocattolo sbagliato, da un modello relazionale disfunzionale; è qualcosa che emerge — e lo fa nei modi e nei tempi propri di ciascun bambino, indipendentemente da quello che i genitori hanno fatto o non fatto.

Eppure quel senso di responsabilità, di colpa resta proprio perchè non obbedisce ai dati, ma alla logica del controllo: se ho sbagliato io, allora avrei potuto fare diversamente. E se avessi fatto diversamente, magari le cose sarebbero diverse, se le cose potrebbero essere diverse allora posso provare a cambiare adesso e questo mi dà la speranza di cui ho bisogno di avere un margine di intervento. 

È una forma paradossale di “speranza”, il senso di colpa — una difesa contro l’esperienza di non avere potere su qualcosa. Riconoscerlo come tale non elimina il dolore, ma cambia gli occhiali da cui lo si guarda.

C’è una distinzione che Ehrensaft fa nel suo libro, e che trovo clinicamente molto utile: la differenza tra accettare e accogliere.

Accettare implica un certo grado di rassegnazione, se ci pensiamo è la parola che più si usa quando non si ha scelta: ho accettato la situazione. Contiene dentro di sé un residuo di resistenza superata, di qualcosa che si è dovuto digerire, “ingoiare”, mia nonna diceva “mettere via”.

Accogliere è diverso, significa fare spazio — attivamente, intenzionalmente — a qualcuno o qualcosa: non nonostante la sorpresa, ma insieme alla sorpresa, aggiungerei insieme all’incertezza.

La maggior parte dei genitori che arriva in stanza vuole fare la cosa giusta: in discussione non c’è l’amore, l’amore è presente e dichiarato, spesso travolgente. La domanda è un’altra: come si traduce quell’amore in un comportamento concreto, in un modo di stare accanto a un figlio che sta costruendo una versione di sé che il genitore non ha previsto?

Perché sostenere senza proiettare è difficile, accogliere senza spingere è difficile, stare vicini senza cercare di “sistemare” è forse la cosa più difficile di tutte — soprattutto quando si ama qualcuno e si vuole proteggerlo da un mondo che ancora – troppo spesso purtroppo – non è sicuro per chi vive al di fuori delle norme che la società ha costruito.

La letteratura riguardante la popolazione LGBTQIA+ descrive bene cosa accade quando i genitori vengono coinvolti nel percorso terapeutico del figlio: spesso cominciano un percorso parallelo, caratterizzato da forti emozioni quali senso di impotenza, paura, colpa, vergogna. E ancora: l’amore è e resterà immutato, sono i pregiudizi e i condizionamenti che portano ad aprire squarci alle volte insanabili.

Non dice che i genitori sono cattivi quando faticano o che il problema possa essere la mancanza d’amore. Ma che ci sono credenze — spesso inconsapevoli, spesso ereditate, spesso assorbite dall’aria culturale in cui si è cresciuti — che si frappongono tra l’amore e la sua espressione.

Quelle credenze si possono lavorare, non si cancellano in una seduta, non spariscono con una conversazione. Ma si possono guardarenominaremettere in discussione, si può imparare a riconoscerle mentre sono attive — quel millisecondo di scarto tra lo stimolo e la risposta automatica, di cui ho scritto qualche settimana fa a proposito delle mappe relazionali — e in quello spazio fare qualcosa di diverso.

I genitori che riescono a stare meglio accanto ai propri figli gender creative non sono quelli che hanno meno paura. La paura c’è, ed è comprensibile: il mondo punisce ancora chi non rientra nelle norme, e un genitore che ama il proprio figlio lo sa. Non si tratta di eliminare la paura, ma di non lasciarla governare le scelte.

Sono i genitori che riescono a fare una distinzione fondamentale: tra la propria difficoltà — il proprio disorientamento, il proprio senso di colpa, la propria paura — e il bisogno del figlio: tra quello che loro provano e quello di cui lui ha bisogno in questo momento.

Questa distinzione non è ovvia ma richiede un lavoro su di sé che molti genitori non si aspettano di dover fare quando hanno un figlio, ma che è spesso il lavoro più importante.

È quindi come si risponde a quel coming out dei figli? La mia esperienza mi dice che si rallenta, non si corre verso le risposte, si va piano. Si accoglie, si cerca di capire. Si piange, a volte insieme, a volte lontani da quei figli.

Quello che si prova da entrambe le parti è reale, come il disorientamento, la paura ma anche l’amore.

E da lì, da quell’amore che c’è già, si può cominciare.

Ci vediamo sabato,

Doc.