Mal di testa che dura da mesi, il dolore alla schiena che non risponde a nessuna terapia, oppure lo stomaco (tra i miei preferiti) che si chiude prima di certi incontri, che si infiamma se mi arrabbio, che si mette in combutta col colon se sono particolarmente allarmatə e in ansia.
La pelle che si copre di macchie nei periodi di stress. Il cuore che accelera senza una causa cardiologica identificabile.
Non trovano niente — nel senso che i medici, se interpellati, prescrivono analisi ed esami non trovano una causa organica. Ma qualcosa c’è chiaramente, il corpo non mente, non inventa. Anzi, dice qualcosa, e quello che dice merita di essere ascoltato.
La somatizzazione è uno dei fenomeni più antichi e più fraintesi della psicologia clinica.
Il termine deriva dal greco soma — corpo — e descrive il processo attraverso cui un disagio psichico si trasforma in sintomo fisico. Non per simulazione, non per debolezza, non per ipocondria. Per un meccanismo preciso, documentato, che attraversa la storia della medicina ben prima che avesse un nome.
Freud lo chiamava conversione: le energie psichiche legate a contenuti inaccettabili — impulsi, conflitti, emozioni non elaborabili — si convertono, si traducono in sintomi corporei. Le paralisi isteriche che aveva osservato con Charcot alla Salpêtrière, le cecità funzionali, le anestesie localizzate: corpi che smettevano di funzionare laddove la mente non riusciva ad andare.
Coglieva qualcosa di reale: che il corpo e la mente non sono compartimenti stagni, e che quello che non trova espressione da una parte spinge con forza per uscire seguendo un’altra via.
L’approccio sistemico aggiunge una dimensione che trovo particolarmente fertile: il sintomo non è solo un segnale individuale, ma ha una funzione relazionale.
Bateson — antropologo, teorico dei sistemi, uno degli intelletti più fecondi del Novecento — aveva osservato che la comunicazione umana avviene su due livelli simultanei: quello digitale, fatto di parole e contenuti espliciti, e quello analogico, fatto di gesti, toni, posture, espressioni corporee.
Il corpo sembra proprio essere il canale analogico per eccellenza. E quando il canale digitale è bloccato — quando le parole non si possono dire, non si riesce a trovarle, non c’è un interlocutore che le possa ricevere — il corpo trova il suo modo di comunicare.
Anche il silenzio comunica, Watzlawick lo sapeva bene, uno dei suoi assiomi dice proprio quanto sia impossibile non comunicare. Anche l’immobilità comunica.
E il sintomo fisico — il mal di testa che arriva sempre la domenica sera, il dolore che si localizza in quel punto, l’insonnia che comincia esattamente in quel periodo — comunica qualcosa che non sta passando altrove.
Se pensiamo alle famiglie come sistema cui noi, nostro malgrado o meno apparteniamo possiamo poi leggere come il sintomo di un membro del sistema è spesso la risposta a qualcosa che il sistema non riesce ad elaborare in altro modo.
Non causa, non colpa piuttosto funzione.
Il sintomo tiene insieme qualcosa. Parla per qualcosa che non ha ancora trovato parole.
C’è chi sviluppa sintomi fisici in corrispondenza di situazioni che non si sente autorizzato a rifiutare. Lo stomaco che si chiude prima di un incontro che non si vuole fare, ma che non si riesce a declinare. La voce che si abbassa, si incrina, scompare — la laringite funzionale, la raucedine che arriva prima di dover dire qualcosa di difficile. Il corpo che si mette di traverso laddove la mente ha detto sì quando voleva dire no.
C’è chi somatizza il non detto relazionale — le tensioni che non vengono nominate, i conflitti che si aggirano, le cose che si sanno ma che non si dicono (sia mai, per carità). In questi casi il sintomo diventa spesso l’unico modo in cui il disagio, il fastidio ma anche la vera e propria sofferenza ottiene il giusto riconoscimento. Non posso dire “sto male in questa relazione”, ma posso ammalarmi direttamente. E l’ammalarsi, spesso ma non sempre, a differenza del disagio emotivo, ottiene attenzione, ottiene cura, ottiene il permesso di fermarsi.
Il corpo tiene traccia di quello che la parola non è riuscita ad attraversare. si fa testimone di ciò che è stato detto e non, di ciò che è stato gridato ma anche solo fortemente sentito.
Una cosa che mi sembra importante nominare, perché circola ancora troppo poco nella conversazione pubblica sulla salute mentale: la somatizzazione non è immaginazione.
È una delle cose che sento dire più spesso, nei modi più diversi. “Sarà psicosomatico” — detto con una sfumatura di svalutazione, come se psicosomatico significasse meno reale, meno degno di attenzione, meno doloroso. Come se il fatto che un sintomo abbia un’origine psichica lo rendesse in qualche modo inventato.
Il dolore è reale, l’infiammazione è reale, la fatica è reale. Il fatto che l’origine non sia organica in senso stretto non significa che il corpo stia fingendo — significa che il corpo sta rispondendo a qualcosa. Ed è su quel qualcosa che vale la pena spostare l’attenzione.
La medicina tradizionale fatica ancora in quanto il modello biomedico è costruito per trovare cause organiche e trattarle. Quando la causa organica non si trova, il paziente viene spesso rimandato a casa con una diagnosi di esclusione che di fatto non dice niente su cosa stia succedendo davvero. E il corpo continua a parlare, a voce sempre più alta, finché qualcuno non comincia ad ascoltarlo.
In stanza di terapia quello che si lavora, molto spesso, non è il sintomo direttamente, né è è la porta. Quello che c’è dietro la porta — le emozioni non nominate, i confini non tenuti, le relazioni in cui non ci si è potuti mostrare interi, i contesti in cui si è imparato che certe cose non si possono dire — quello è il lavoro.
E quando quel lavoro comincia, quando le emozioni trovano un altro posto dove stare — non necessariamente risolte, ma almeno riconosciute, nominate, contenute — spesso il sintomo fisico cambia. Non sempre scompare, sì sposta, si allenta. Come se il corpo, finalmente ascoltato, non avesse più bisogno di alzare la voce.
Cho somatizza sta portando nel fisico quello che il sistema non riesce ad elaborare in altro modo. Riconoscerlo cambia il modo in cui ci si avvicina ad un sintomo: come nemico da sconfiggere, non come debolezza da superare, ma come segnale da ascoltare. Come tentativo, imperfetto ma reale, di dire qualcosa che non ha ancora trovato le parole giuste.
Ci vediamo sabato,
Doc.

