C’è una cosa che facciamo tutti prima o poi e che non ammettiamo quasi mai: non scegliere.
Non nel senso di essere indecisi, ma nel senso di scegliere, attivamente, di non scegliere: la mail resta in bozze, il messaggio a metà, il documento aperto sul desktop da tre settimane. La telefonata che si rimanda, il confronto che si evita, quella decisione da prendere come qualcosa che accadrà al posto nostro.
Lo chiamiamo procrastinazione, come se fosse un difetto di carattere, come se bastasse una app di produttività o una lista scritta bene. Non è quello.
C’è un meccanismo alla base che inibisce alla scelta non perché manca la forza, ma perché agire costerebbe troppo, costerebbe volere. E volere, davvero, significa esporsi, sbagliare, deludere, scoprire che quello che volevamo non era la cosa giusta da desiderare.
Il rimandare protegge da tutto questo: finché non scelgo non ho torto, finché non mi espongo non fallisco, finché la mail è in bozze tutto è ancora possibile.
La procrastinazione non è pigrizia, ma una forma sofisticata di controllo. Winnicott parlava del falso sé come di quella parte di noi che impara prestissimo a compiacere, ad adattarsi, a non disturbare anzi a brillare.
Il falso sé non procrastina per noia, procrastina perché agire significherebbe scoprire cosa vuole davvero il sé vero, e quello spaventa molto di più di una scadenza persa.
Ecco il paradosso: le persone che rimandano di più sono spesso quelle persone che rimandano perché gli “importa troppo”.
La sempre più rara tolleranza alla frustrazione di cui parlava Bion nei suoi scritti come capacità fondamentale ovvero quella di reggere l’attesa, stare nell’incerto, non evacuare subito il disagio si configurerebbe come uno dei pilastri di questo tipo di “temporeggiamento”/procrastinazione.
La procrastinazione infatti può essere letta non come mancanza di volontà ma mancanza di contenimento interno. La decisione fa troppo rumore dentro e allora la si sposta: domani, dopodomani, quando sarò prontə, quando sarà il momento giusto.
Il momento giusto non arriva mai da solo.
C’è però una distinzione che vale la pena fare, e che spesso si perde: quella tra il rimandare per paura e il decidere consapevolmente di non decidere ancora. Perché attenzione non sono la stessa cosa.
La prima è reattiva, è fuga: il carrello abbandonato alle 23:00 con la speranza vaga che qualcuno lo svuoti da solo. La seconda è una postura, quasi una strategia: so che non ho ancora tutti gli elementi, so che il momento non è questo, so che ho bisogno di altro tempo e me lo prendo deliberatamente.
La differenza sta tutta nell’intenzione, e nell’onestà con cui ci si guarda dentro mentre lo si fa. Decidere di non scegliere ora può essere un atto di cura verso sé stessi e verso gli altri, a patto di saperlo distinguere dal rimandare per non sentire. Il confine è sottile, e richiede una certa dose di coraggio guardarci dentro e capire da che parte si sta.
Non sto dicendo che bisogna smettere di rimandare a forza di volontà, sto dicendo che vale la pena chiedersi cosa si sta proteggendo, cosa succederebbe se quella mail la mandassi adesso, se quella telefonata la facessi oggi, se quella decisione la prendessi e basta. Se questa newsletter può saltare qualche settimana perché chi la scrive ha bisogno di riorganizzare i pensieri, a volte buttarli in un catino, altre volte farli decantare, per poi guardarli da fuori e ridefinirli.
Che tutto non sia fottutamente così produttivo e capitalista.
Proprio come chi lascia il carrello della spesa online aperto per sei giorni, per poi ordinare alle 23:47 del sabato. Lo stesso identico carrello.
Ci vediamo sabato, credo.
Doc.
